Pubblicato da: admin | gennaio 22, 2010

Corso medicina tibetana

La medicina Tibetana
I metodi di cura tibetani, di indiscutibile efficacia e celebri in tutta l’Asia centrale, ci aprono alla conoscenza una magica rete di interrelazioni tra macro e microcosmo, presentando fondamenti spirituali per noi inconsueti e denotando una magistrale capacità di osservazione della natura.

Tutto l’impianto teorico della medicina tibetana, la sua diagnostica e i vari corpi dell’essere umano vengono considerati in modo approfondito.

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La medicina tibetana

La medicina Tibetana si basa su una dottrina cosmologica che vede l’intero universo come un’aggregazione di particelle, ognuna delle quali contiene la natura e le potenzialità dei quattro elementi: aria, acqua, fuoco e terra.
Queste particelle generano i tre umori: vento, bile e flemma, che possiamo considerare come i regolatori delle funzioni fisiologiche dell’uomo.

La medicina Tibetana si basa sul fatto che la condizione di salute o di malattia, sia fisica che psichica, dipende dall’equilibrio e dalla reciproca interazione dei tre umori; se l’energia del corpo e della mente non sono in equilibrio può sorgere una malattia.

La medicina tibetana offre diverse tecniche di rilassamento che chiamiamo meditazione, ovvero familiarizzare con la mente, per acquisire una maggiore consapevolezza e quiete mentale.

La medicina tibetana cura e previene in particolar modo malattie croniche come: paresi facciali, osteoporosi, artrosi e dolori reumatici, ulcere, problemi del colon, intolleranze alimentari, emicranie, problemi della pelle (eczema e psoriasi), epatiti, cancro, diabete, colesterolo, problemi relativi alla menopausa, dolori alle articolazioni.

La diagnosi si avvale di diversi sistemi di indagine, come il controllo del polso, delle urine, della lingua, finalizzati ad identificare la natura e la sede degli squilibri.

La terapia della medicina tibetana si basa su diverse tecniche, tra cui agopuntura, massaggi con la digitopressione,
dieta, modifiche del comportamento e integratori naturali, la ricca farmacopea è composta da fonti vegetali e minerali, preparati con tecniche specifiche.

Pubblicato da: admin | settembre 14, 2009

Come nasce SOS Tibet India Nepal

SOS TIBET INDIA NEPAL COME NASCE

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Avevo già avuto un contatto con il popolo tibetano, per un periodo avevo insegnato inglese ad un gruppo di monaci tibetani in esilio e a dei bambini a Dharamsala in India, il piccolo paese arroccato sulle montagne dove si trova la sede del governo tibetano in esilio.

Quello che mi aveva colpito era il forte desiderio di apprendere di questi giovani che si impegnavano seriamente nello studio di una lingua che gli avrebbe permesso “di entrare in contatto con il resto del mondo” questo erano soliti ripetere.

Ricordo di un pic nic in alta montagna una domenica pomeriggio, con la scolaresca a seguito, dopo aver camminato per diverse ore, giunti a destinazione eravamo intenti a riempire lo stomaco e ad ammirare il meraviglioso paesaggio circostante: le vette innevate facevano da sfondo ad un silenzio immacolato, l’immensità di quelle valli invitava lo sguardo a dilatarsi per contenere il cielo.

Mentre contlemplavo la bellezza del luogo un gruppetto di tre bambini,Tashi, Sonam e Tsering Ton due si avvicinano lentamente con il loro quaderno degli esercizi chiedendomi di correggergli i compiti. Rimasi allibita, dicendo loro che era sabato e non c’era lezione, che avremmo potuto giocare insieme, ma loro mi dissero che avevano già fatto gli esercizi per il lunedì ed erano pronti a farne altri; non mi era mai successo qualcosa di simile prima di allora, capii quanto grande era il loro desiderio di apprendere.

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Quando arrivavo in classe loro erano già pronti con la penna in mano, non perdevano mai una lezione, venivano anche se avevano la febbre alta, alcuni camminavano molto per raggiungere la scuola, erano degli studenti modello; quando camminavo per le strade del villaggio se incontravo i loro genitori, venivano subito a salutarmi, ringraziandomi per quello che facevo per i loro figli.

Ho notato che nella cultura tibetana c’è un profondo rispetto per gli insegnanti, per chiunque ha qualche insegnamento da trasmettere. Anche i monaci erano ben felici di apprendere qualche rudimento di inglese, la loro umiltà a volte mi metteva a disagio, si preoccupavano sempre della mia salute e volevano essere sicuri che non mi mancasse nulla, quanto calore ho ricevuto dai loro sguardi, la compassione di cui parla Sua Santità il Dalai Lama forse non è altro che una sincera attenzione verso l’altro.

Durante la prima estate che trrascorsi in Tibet di nuovo umiltà e compassione riempivano di dolcezza il mio stare tra di loro, l’ostacolo della lingua non creava disagio, ma c’era una comprensione che a volte andava al di là della parola.

Ero stata accolta con molta gioia e rispetto dalla famiglia del dottor Gendun, che in seguito sarebbe diventato mio marito, anche se non potevamo trascorrere molto tempo insieme, perché lui molto spesso era impegnato a visitare donne ed anziani che venivano da lontano in cerca di un medico, venivano a cercarlo anche molte persone per ringraziarlo per l’aiuto che aveva dato alle loro famiglie o perché semplicemete aveva li aiutava economicamente a far studiare i loro figli.

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Solo quando fui al villaggio venni a conoscenza del fatto che erano già diversi anni che Gendun aiutava e sosteneva molta gente del suo villaggio, e che faceva studiare diversi bambini alle scuole elementari e un paio all’università, facendosi carico di tutte le loro spese.

Un giorno venne un ragazzo accompagnato dal padre e chiese di lui, entrò in casa ed iniziò a parlare, quando chiesi a Gendun di tradurre Lama Tsering, questo era il nome del ragazzo, lui era già scoppiato in lacrime, stava chiedendo a suo padre di fare dei prestiti o vendere la casa per potergli permettergli di continuare gli studi, l’unica alternativa sarebbe stata quella di andare a pascolare gli yak.

Vidi molte cose nei suoi occhi ma soprattutto capii quanto deve essere difficile non aver la libertà di scelta e decisi che per quello che mi era possibile avrei voluto aiutare quel ragazzo. Dopo pochi giorni successe un episodio simile, e il giorno dopo ancora ed io non riuscivo a rimanere impassibile di fronte a quelle richieste di aiuto, così iniziai a fargli delle foto e a prendere i loro nominativi , promettendo che una volta tornata in Europa avrei cercato di raccogliere dei fondi per aiutarli.

Pochi giorni prima della partenza mi resi conto che avevo raccolto più di quaranta nominativi, Gendun si arrabbiò moltissimo con me, dicendo che non avrei dovuto promettere aiuto se non sarei stata sicura di poterli aiutare, perché loro erano sicuri che l’aiuto sarebbe arrivato e non volevo tradire la loro fiducia.

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Fu così che tornata in Italia mi sentivo carica di responsabilità verso quei ragazzi ai quali avevo promesso aiuto, ma mi diedi subito da fare e nel giro di pochi mesi parlandone tra parenti ed amici stretti riuscimmo a trovare dei sostenitori per ogni ragazzo, ed ogni volta che qualcuno si impegnava ad aiutare questi giovani a finire un ciclo di studi il mio cuore scoppiava di gioia, sapendo che stavamo dando ad un’altra vita la possibilità di migliorare.

Nel mese di dicembre i due ragazzi universitari e tutti gli altri bambini avevano trovato un sostenitore, così con l’aiuto di qualche altro amico intimo decidemmo di creare S.O.S Tibet, India, Nepal onlus.

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L’anno successivo abbiamo iniziato a fare degli incontri in cui Gendun parlava della medicina tibetana e dei valori fondanti della loro cultura, tutti sembravano essere molto interessati e alla fine degli incontri parlavamo dei nostri bambini e della loro voglia di imparare a leggere e scrivere, così c’era sempre qualcuno che aderiva al progetto e questo ci faceva sentire meno soli e ci dava la forza di continuare nel nostro operato.
(Eugenia – sostibet)

Se vuoi aiutare chiama 347 1059277

Pubblicato da: admin | maggio 14, 2009

cinque per mille

Anche quest’anno puoi destinare il 5 per mille dell’IRPEF a sostegno di organizzazioni no profit.
Questa scelta non comporta una spesa per te essendo una quota d’imposta a cui lo Stato rinuncia.
Se non effettuerai alcuna scelta, il 5 per mille resterà allo Stato.

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Pubblicato da: admin | marzo 29, 2009

Conferenze sostibet

CONFERENZE GATUITE

PRO TIBET

Il titolo degli incontri

tenuti dal Lama Gendun Dhargay sarà :

Medicina Tibetana e Spiritualità Buddhista

durante gli incontri verrà mostrato un video

dell’associazione S.O.S Tibet, India, Nepal

con i progetti in Tibet.

L’ingresso è gratuito.

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Giovedi’ 2 aprile ore 20.45

Emporio Bio , Corso Milano 122 (Verona)

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Venerdi 3 aprile ore 20.30

Sala Tolio
del Comune di Bassano del Grappa (Vicenza)

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Sabato 4 aprile ora 17.30

Sala Candiani
di Mestre presso Piazza Candiani (Mestre)

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Domenica 5 aprile ore 18.00

Equobar di vicenza
in Via Marosticana n.350 (Vicenza)

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Pubblicato da: sostibet | marzo 10, 2009

Free Tibet

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Nel 1950 la Repubblica Popolare Cinese invase il Tibet. L’invasione e l’occupazione del Tibet costituirono un inequivocabile atto di aggressione e violazione della legge internazionale. Il Dalai Lama, capo politico e spirituale del Tibet, tentò una pacifica convivenza con i cinesi, ma le mire colonialiste della Cina diventarono sempre più evidenti. La sistematica politica di sinizzazione e sottomissione del popolo tibetano segnò l’inizio della repressione cinese cui si contrappose l’insorgere della resistenza popolare.

Il 10 Marzo 1959 il risentimento dei tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale. L’Esercito di Liberazione Popolare stroncò l’insurrezione con estrema brutalità uccidendo, tra il marzo e l’ottobre di quell’anno, nel solo Tibet centrale, più di 87.000 civili. Il Dalai Lama, seguito da circa 100.000 tibetani, fu costretto a fuggire dal Tibet e chiese asilo politico in India dove fu costituito un governo tibetano in esilio fondato su principi democratici. Attualmente, il numero dei rifugiati supera le 135.000 unità e l’afflusso dei profughi che lasciano il paese per sfuggire alle persecuzioni cinesi non conosce sosta. In Tibet, a dispetto delle severe punizioni, la resistenza continua.

Dominio cinese in Tibet L’occupazione cinese presenta tutte le caratteristiche del dominio coloniale: – Oltre 1.000.000 Tibetani sono morti a causa dell’occupazione. – Il 90% del patrimonio artistico e architettonico tibetano, inclusi circa seimila monumenti tra templi, monasteri e stupa, è stato distrutto. – La Cina ha depredato il Tibet delle sue enormi ricchezze naturali. Lo scarico dei rifiuti nucleari e la massiccia deforestazione hanno danneggiato in modo irreversibile l’ambiente e il fragile ecosistema del paese.
– In Tibet sono di stanza 500.000 soldati della Repubblica Popolare.
– Il massiccio afflusso di immigrati cinesi sta minacciando la sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione autoctona a una minoranza all’interno del proprio paese.

Mentre prosegue la pratica della sterilizzazione e degli aborti forzati delle donne tibetane, la sistematica politica di discriminazione attuata dalle autorità cinesi ha emarginato la popolazione tibetana in tutti i settori, da quello scolastico a quello religioso e lavorativo.
– Lo sviluppo economico in atto in Tibet arreca benefici quasi esclusivamente ai coloni cinesi e non ai Tibetani. La violazione dei Diritti Umani Nel 1959, 1961 e 1965, le Nazioni Unite approvarono tre risoluzioni a favore del Tibet in cui si esprimeva preoccupazione circa la violazione dei diritti umani e si chiedeva “la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all’autodeterminazione”.

A partire dal 1986, numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali hanno deplorato la situazione esistente in Tibet e all’interno della stessa Cina ed esortato il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche. Malgrado gli incessanti appelli della comunita internazionale: il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato. Miglialia di tibetani sono tuttora impriogionati, torturati e condannati senza processo.

Le condizioni carcerarie sono disumane. Le donne tibetane sono costrette a subire involontariamente la sterilizzazione e l’aborto.

I tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso.

Monaci e monache sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista.

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Per favore sostieni la causa Tibetana … Clicca qui per vedere

Pubblicato da: sostibet | marzo 3, 2009

RETE DI PREGHIERE PER IL TIBET

Se pratichi il Buddismo tibetano di qualunque tradizione o sei un sostenitore della causa tibetana, o in generale qualcuno che apprezza i valori dell’amore e della compassione in questo mondo, per favore leggi questo messaggio e inoltralo ai tuoi amici e contatti il più presto possibile.
Siamo un gruppo internazionale di studenti di Buddismo tibetano provenienti da diversi paesi da tutto il mondo preoccupati per il futuro e la preservazione del Buddismo tibetano, del Tibet e della cultura tibetana.

Ci siamo sentiti ispirati a fare qualcosa dopo avere letto la dichiarazione di Sua Santità il Dalai Lama ai tibetani del 24 febbraio 2009 (vedi http://www.dalailama.com/news.348.htm). Come probabilmente già sai, la situazione in Tibet è peggiorata drammaticamente nello scorso anno. Secondo diverse fonti il Tibet è stato chiuso ai turisti, ci sono stati tentativi di isolare la popolazione tibetana chiudendo l’accesso internet ed i telefoni cellulari, impedendo così le comunicazioni e i resoconti indipendenti riguardo l’effettiva situazione laggiù.
I tibetani all’interno e all’esterno del Tibet non vogliono celebrare il Losar quest’anno, per via del fatto che il governo cinese sta tentanto di obbligarli a festeggiare contro il loro volere. Questo potrebbe portare a dimostrazioni, con la possibilità di un ulteriore giro di vite inimmaginabile e mai visto.

Sua Santità ha consigliato alla gente di non reagire a simili provocazioni, di portare pazienza in ogni situazione e di utilizzare questo periodo per impegnarsi in preghiere e azioni positive. Da parte nostra, vorremmo sottolineare la necessità di riconoscere che questa cultura basata sull’amore e sulla compassione potrebbe scomparire dal mondo. Per via dell’interdipendenza di tutto quello che accade su questo pianeta pensiamo che questa situazione non sia solo un affare del popolo e della politica tibetana, ma che sia qualcosa che riguarda il karma collettivo di tutti, e così una responsabilità reciproca. A questo proposito vogliamo creare un network di persone in tutto il mondo che voglia condividere questa responsabilità tramite la meditazione e la preghiera.

Nei prossimi 15 giorni, a partire dal LOSAR il 25 febbraio fino al 10 marzo PER FAVORE AIUTACI A CREARE QUESTO RETE DI AMORE E COMPASSIONE per il Tibet, unendoti a noi nella pratica del TONG-LEN (vedi sotto) o di qualsiasi altra pratica pensi possa generare un’atmosfera di amore e compassione nel nostro mondo. Accanto ad ogni pratica quotidiana che magari già fai, o qualunque attività di pace, ti chiediamo di unirti a noi due volte al giorno, al mattino e alla sera, per cinque minuti o più, quando più ti è comodo, e di dedicare affinché la sofferenza nel mondo e dei tibetani possa trovare una fine e affinché la tradizione del buddismo tibetano e la sua cultura sia preservata.
Per favore dedica anche con preghiere per la lunga vita di Sua Santità il Dalai Lama e di tutti I detentori del lignaggio delle differenti tradizioni buddiste tibetane e recita la preghiera che segue per il successo dei desideri di Sua Santità, composta da lui stesso su richiesta di S.S. il precedente Dilgo Kyentse Rinpoche:

Salvatore degli insegnamenti e degli esseri migratori
della terra delle nevi,
che rendi estremamente chiaro il sentiero che è
l’unificazione di vacuità e compassione,
Al detentore del loto Tenzin Gyatso, io ti supplico:
possano tutti i tuoi santi desideri essere subito realizzati.

LA PRATICA DEL TONG-LEN (Prendere e Dare)
Questo è un metodo per coltivare amore e compassione attraverso il /prendere/ le sofferenze degli altri e il /dare/ loro l’energia positiva e felicità di cui hanno bisogno. E’ un esercizio mentale che addestra la mente e il cuore in queste qualità. Ci sono vari modi di fare il Tong-len; qui c’è una versione semplice della pratica:

Prima, immagina al tuo cuore una palla scura, che rappresenta la tua energia negativa: atteggiamenti come la rabbia, attaccamento, ignoranza, ed egoismo, così come malattie e altri problemi. Poi pensa alle persone e agli esseri che stanno soffrendo; puoi pensare nello specifico ai tibetani, così persone ed esseri in altri posti che sono oppresse, affamate, malate, impaurite, e così via.

Genera un senso di compassione: “come sarebbe meraviglioso se loro potessero essere liberi dalle loro sofferenzee dalle cause della sofferenza.” Poi immagina di estrarre fuori nella forma di un flusso di luce scura o fumo tutte le sofferenze di questi esseri, questa viene fuori dalla loro narice destra ed entra nella tua narice sinistra. Questa va dritta nella palla nera al tuo cuore, distruggendola completamente. Immagina che hai completamente liberato tutti questi esseri dalle loro sofferenze, e la palla scura del tuo egoismo ed energia negativa, che era al tuo cuore, è stata completamente distrutta. Successivamente, immagina di dar via a questi esseri la tua felicità, possedimenti, meriti, ed energia positiva.

Visualizza tutte queste cose positive nella forma di un flusso di bianca luce, che va fuori dalla tua narice destra ed entra attraverso la loro narice sinistra, colmandoli di felicità. Lascia riposare la mente per qualche istante in uno stato di pace e gioia perché sei stato in grado di risollevare alri dalla loro sofferenza, e dare loro felicità. Poi dedica i meriti creati affinchè tutti gli esseri possano ottenere l’illuminazione il più velocemente possibile.

INOLTRA ALLE ALTRE PERSONE CHE PENSI VORREBBERO UNIRSI A QUESTA RETE DI PREGHIERE IL PIU’ PRESTO POSSIBILE COSI’ CHE POSSIAMO CREARE UNA POTENTE ENERGIA COLLETTIVA CHE POSSA PORTARE CAMBIAMENTI EFFETTIVI ALLA SITUAZIONE. GRAZIE.

Pubblicato da: sostibet | febbraio 8, 2009

Bodhicitta – Desiderio compassionavole

Il desiderio compassionevole di realizzare l’illuminazione per il bene altrui,
viene chiamato, in sanscrito, Bodhicitta.

Potremmo tradurre il termine come “Il cuore della nostra mente illuminata”.
Nella nostra tradizione, preghiamo con devozione in questo modo:
“Coloro che ancora non hanno dato alla luce la preziosa Bodhicitta,
possano darla presto alla luce.
In coloro che l’hanno data alla luce,
possa la Bodhicitta mai diminuire,
ma accrescersi sempre più.”

Sogyal Rinpoche

Nella compassionevole aspirazione
del bodhisattva è presente l’offerta
di quella realizzata compassione
per il bene degli altri.

Un giardino che ci offre frutti e fiori
che non ha senso trattenere per sè,
perchè ogni profumo ed ogni bellezza
sia dono per chi stia cercando armonia del cuore.

Non si tratta di un traguardo,
di qualcosa che faccia identificare se stessi
come realizzatori di un vantaggio sugli altri
ma di sincera aspirazione profondamente vissuta.

Nella retta attenzione verso la pratica
è possibile trovare la propria buddhità
ed essere portatori di Bodhicitta per alleviare
la sofferenza del mondo.

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Pubblicato da: sostibet | gennaio 31, 2009

Documentario Tibet

Pubblicato da: sostibet | gennaio 24, 2009

Adotta un progetto

S.O.S Tibet, India, Nepal O.N.L.U.S

Adotta un progetto

L’associazione S.O.S Tibet, India, Nepal è una O.N.L.U.S  fondata nel dicembre 2005 da Eugenia Cucco e dal medico tibetano  Lama Gendun  che dopo diversi anni di esperienze di volontariato in India con i rifugiati politici tibetani, malati di lebbra e bambini di strada hanno deciso di aiutare direttamente le fasce della popolazione più bisognose  di quei paesi creando e seguendo personalmente su loco progetti di formazione  e di sostegno per le famiglie più povere.

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Assisi, 3 gennaio 2009

Carissimi amici, iniziamo col ringraziarvi per la vostra attenzione.

In Tibet le condizioni di vita sono durissime, un altipiano dove l’altitudine media è di 4.000 metri s.l.m. , le temperature scendono sotto lo zero per dieci mesi all’anno….spesso ci sono frane che rendono impossibili i collegamenti tra i villaggi e il raggiungimento di ospedali…..

a causa dell’altitudine è impossibile coltivare ortaggi o frutta e la popolazione si nutre quasi esclusivamente di pane  e  tsampa (farina di orzo tostato e burro di yak)…..

Garan è un villaggio di circa 10.000 persone, tutte di origine tibetana, situato nella provincia di Qinghai, i suoi abitanti sono agricoltori che vivono al di sotto della soglia di povertà, il loro reddito medio annuo procapite è di duemila yuen (200 euro) all’anno e non possono permettersi di mandare i figli a scuola né di pagare le spese mediche…..  Ed e’ proprio in  Tibet, a Garan che  abbiamo deciso di avviare i nostri  primi progetti:

1) la costruzione di un ospedale….

Abbiamo infatti acquistato un terreno nel villaggio di Garan, nella zona dell’Amdo per la costruzione di un ospedale, appena ci saranno fondi sufficienti inizieremo ad edificare…..

2) l’apertura di una scuola di prima alfabetizzazione,

Nel centro studi di Garan abbiamo aperto una scuola di prima alfabetizzazione dove i bambini imparano a leggere e scrivere e dove possono ricevere un’educazione adeguata e imparare la lingua tibetana…… un luogo protetto dove possono apprendere e ricevere cure mediche…..

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3) un  laboratorio di cucito per le donne tibetane,

con un corso di formazione per aiutare le donne ad avviare delle piccole attività artigianali e poter mantenere così le loro famiglie…..

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4) un programma di adozione a distanza

che aiuta a studiare i ragazzi appartenenti a delle famiglie poverissime che altrimenti dovrebbero

rinunciarvi e finanzia gli studi universitari per i più dotati…..

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grazie per aiutarci ad aiutare…….abbiamo bisogno del contributo di molte persone e di molti collaboratori per poter dar vita ai nostri progetti….nella speranza che anche tu decida di essere dei nostri ti ringraziamo e ti inviamo i piu’ cordiali saluti…..

Eugenia Cucco

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S.O.S Tibet, India, Nepal onlus –  Sede operativa c/o Cesvol di Assisi, Via Verdi 8 – 06081 Santa Maria Degli Angeli  (Perugia)

E-mail:  sostibet@hotmail.it – Tel/Fax 075.8040114 – 3471059277C.F. 94107870548, conto corrente postale n.69331817

Pubblicato da: sostibet | gennaio 23, 2009

La scuola di Garan – Tibet

La situazione dell’infanzia in Tibet  è particolarmente grave, ci sono molti orfani, la cultura tibetana sta scomparendo,  la maggior parte dei tibetani sono agricoltori o nomadi, non hanno  nessuna possibilità economica per far studiare i propri figli, il loro reddito pro-capite è bassissimo, meno di duemila yuen all’anno (200 euro), è impossibile garantire l’istruzione ai propri figli o pagarne le spese mediche.

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Per i tibetani garantire l’istruzione scolastica ai propri figli è proibitivo, le rette scolastiche imposte dai cinesi sono molto alte, circa mille yuen all’anno ( cento euro) per le scuole elementari, millecinquecento yuen per le scuole superiori (150 euro) . Molto spesso i bambini si recano a studiare fuori dai villaggi, quindi noi cerchiamo di sostenerli anche nelle spese di vitto e alloggio, dei libri e materiale didattico.

“Molti bambini ci sono venuti a cercare, chiedendoci di aiutarli a proseguire gli studi, li abbiamo visti piangere, disperati, ostinati e determinati nel voler cambiare le sorti della propria vita ed è a cuore aperto che abbiamo deciso di non deluderli.   Questo grido disperato lancia un appello a nome di tutti i bambini che non possono studiare in Tibet e nel resto del mondo, esprime una sete di istruzione e una fede nel progresso che meritano di essere ascoltati.”

Crediamo fermamente che lo studio è un diritto di tutti e che solo attraverso un’istruzione adeguata possiamo dare a questi ragazzi la possibilità di migliorare le proprie esistenze e quelle della propria famiglia. Così è nata la scuola di Garan, una piccola scuola di prima alfabetizzazione che accoglie 45 bambini tra i cinque e i sette anni, con l’intento principale di garantire a questi bambini la possibilità di imparare a leggere e a scrivere per poi poter proseguire con le scuole elementari, garantendogli assistenza attraverso le adozioni a distanza. I bambini della scuola di Garan sono quelli che appartengono alle famiglie più povere che senza il nostro e il vostro sostegno non avrebbero mai avuto la possibilità di frequentare la scuola.

Agli alunni della scuola di verrà garantito un pasto al giorno, inoltre  verrà distribuito loro un kit composto da quaderni, matite, colori, libri, e zaini, tutti beni che i genitori non potrebbero acquistare per i propri figli; inoltre per incentivare  buone abitudini igieniche  promuoveremo programmi formativi sull’igiene orale destinati a genitori e docenti  e dimostrazioni pratiche rivolte ai bambini a cui viene distribuito l’occorrente ( spazzolino, sapone, dentifricio ).

Abbiamo portato una nuova luce di speranza nella vita di questi bambini, aiutaci a non deluderli. Crediamo molto in questo progetto perché anche il nostro Dottor Gendun ha avuto  uno sponsor americano che gli ha permesso di continuare gli studi universitari e di diventare medico, trasformando radicalmente la sua vita. In Asia una persona che lavora ne salva altre venti. I bambini che potranno studiare diventano sostegno e speranza per la propria gente. Grazie per aiutarci ad aiutare…..

Eugenia Cucco

Per informazioni……

Sede operativa c/o Cesvol di Assisi, Via verdi n.8, Santa Maria Degli Angeli (PG)

Tel/fax 0758040114 cell. 3471059277 Eugenia Cucco

e.mail: info@sostibet.org ,  sito web: http://www.sostibet.org

Se vuoi aiutarci  puoi fare una donazione on line tramite banca o un versamento con bollettino postale  sul conto corrente banco/posta n°  69331817 intestato a “S.O.S Tibet, India, Nepal” , Codice IBAN: IT23E0760103000000069331817 o intestare e inviare un assegno all’associazione, anche una piccola offerta può fare la differenza…..Se vuoi versarci il tuo 5x mille usa il nostro codice fiscale: 94107870548 . Grazie ancora per aiutarci ad aiutare….

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La storia di Lama Tzering

Lama Tzering è un ragazzo  tibetano di 15 anni nato nel villaggio di Garan, è stato sempre il primo della classe; quest’anno doveva iniziare le scuole superiori ma suo padre non aveva la possibilità di farlo continuare a studiare.

I genitori sono contadini e  le sue sorelle lavorano saltuariamente per i cinesi spaccando le pietre, guadagnano circa due euro al giorno;  non hanno nessuna possibilità di proseguire gli studi.

Ci raccontava il padre che in alcuni mesi all’anno l’intera famiglia è costretta a nutrirsi solo di pane  e tzampa (orzo tostato e burro di yak).

Quando il padre  di Lama Tzering gli ha detto che non avrebbe continuato gli studi lui ha pianto a lungo, si è buttato a terra, ha chiesto al padre di vendere la casa, che non è ancora finita, gli ha chiesto di farsi prestare dei soldi pur di farlo continuare a studiare. Lama Tzering è uno dei ragazzi che ha fatto crescere in noi il desiderio di far nascere questo progetto.

Deve essere atroce per questi giovani vedersi negare il proprio diritto allo studio, proviamo a metterci per un attimo nei loro panni:essere costretti ad andare a pascolare gli yak per tutta la vita o andare  a lavorare nei ristoranti delle grandi città cinesi per due euro al giorno.

Sono dei fiori a cui non verrà mai data  la possibilità di sbocciare.

Diario di viaggio

Quindici dicembre 2004

“Da qualche giorno ho iniziato ad andare al centro di prima accoglienza dei rifugiati Tibetani.

Ne arrivano tantissimi, continuano  a scappare attraversando l’Himalaya, fuggono povertà e miseria. Alcuni camminano per tre o quattro mesi ed arrivano assiderati, ci sono dei bambini. Molti bambini arrivano soli, i genitori pagano una guida e gli affidano i loro piccoli, venire in India è l’unica possibilità di una vita migliore, qui possono ricevere un’educazione. Mi sono affezionata ad alcuni dei piccoli e la sera, se qualcuno ha la febbre a volte mi fermo, insieme ad altre donne tibetane cerco di rendermi utile. Ieri sera un bimbo aveva la febbre altissima e gli abbiamo dato della tachipirina, oggi stava meglio, aveva solo una gran tosse, ma chiederò al medico di prescrivergli uno sciroppo. Tzizi è caduta da una giostra, si è fatta un taglio sulla testa, l’hanno portata in ospedale e le hanno messo diversi punti. Questa sera con tutta la testa fasciata mostrava orgogliosa i suoi panni sporchi di sangue. Lei non piange mai, non ha pianto neanche quando è morto suo padre, non ha pianto neanche oggi, sono i miei piccoli eroi. Io invece durante la preghiera sono sprofondata in un pianto profondo, è la seconda volta che mi succede. Non voglio più proteggermi dal dolore, sento che qualcosa dentro di me si scioglie, c’è un forte senso di impotenza, ma so che per liberarci dal dolore dobbiamo permetterci di attraversarci. Ci vuole tanta forza per imparare ad accettare, le lacrime sono salate come il mare, le lacrime sono l’esalazione del dolore, ma dopo questi lunghi pianti vengo abitata da una nuova pace, che è più profonda delle emozioni che attraversano la mente e che lacerano la tranquillità del presente. Poi abbraccio di nuovo Tzizi e lei si stringe forte a me, così le barriere si annullano, cadono una dopo l’altra come frutti maturi da un albero.

Pubblicato da: sostibet | gennaio 20, 2009

La meditazione come visione

La meditazione come visione

Di Antonella Spotti ( Vivere lo Yoga n° 20-anno 2008 )

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Vedere e guardare non sono la stessa cosa. Possiamo scorgere tutto distrattamente, senza coglierne significati e valori; guardare invece, implica una condizione vigile e consapevole, che presuppone il piacere di scoprire cose nuove (o rivelare aspetti sorprendenti di ciò che già conosciamo).

La visione oculare è un simbolo della vista interiore, ossia della capacità di cogliere e decodificare la realtà in cui viviamo. Poter vedere implica il trovarsi nella “luce”. Antichi termini come “illuminato”, esprimono questo concetto. E’ illuminato colui che è giunto alla visione reale di se stesso.

E’ chiaro a tutti che perdere il senso della vista equivale a una tragedia irrimediabile, perché senza di esso non abbiamo più una direzione e il nostro procedere avviene in modo stentato e lento. Questo vale anche quando non abbiamo una visione profonda e chiara (illuminata) di noi stessi e della vita.

E’ più difficile accorgersi di questo, perché viviamo circondati da persone che sono cieche come noi e, di riflesso, fanno apparire come naturale la nostra condizione di non visione della realtà. Questa essenza è quella che genera sofferenza e disagio nella nostra esistenza.

La meditazione può essere considerata – a tutti gli effetti – il più potente strumento per il recupero della vista interiore. Vedere per capire e capire per sapere che via prendere.

La meditazione è uno stato della coscienza e non una tecnica, un metodo che  ci permette di giungere progressivamente a uno sviluppo illuminato della coscienza.

Tutti i nostri problemi, aspirazioni, passioni, paure, desideri e ideali sono quotidianamente affrontati attraverso la nostra possibilità o impossibilità di visione.

La visione della coscienza, la capacità di comprendere o intuire la natura della cose, influenza in modo totale la vita di ogni essere umano.

Noi riusciamo a ottenere un’esistenza brillante e felice, nella misura in cui sappiamo “leggere” gli eventi e cogliere le opportunità, schivando per tempo un certi numero di avversità.

Normalmente, noi viviamo guidati dalle emozioni, che sorgono dalle esperienze passate e dai pensieri, attraverso i quali cerchiamo di costruire il nostro futuro. I pensieri però, non sono mai interamente dissociati dal passato e , per questa ragione, è difficilissimo ottenere una mente creativa, ossia libera dall’idea di “possibile” e “impossibile”; cosa questa, che limita enormemente ogni aspetto dell’esistenza.

Attraverso la meditazione invece, apriamo uno spazio molto vasto in noi stessi, nel quale le emozioni e i pensieri connessi a passato e futuro, si dissolvono nel presente. In questo nuovo spazio sorge una visione alternativa dei fenomeni osservati, che ci permette di cogliere soluzioni e possibilità altrimenti negate.

Molto concretamente, dovremmo imparare a filtrare ogni decisione e progetto dal silenzio della pratica meditativa. Quando non sappiamo come comportarci o come affrontare certe situazioni, o anche nei momenti della vita in cui tutto sembra divenire confuso e non sappiamo che strada prendere, la meditazione è la vera soluzione.

Praticandola quotidianamente, assisteremo alla nascita di una nuova calma. Essa genera distacco dalle reazioni negative e calma l’acqua delle emozioni e i venti disordinati della mente.

La meditazione calma la tempesta e rende nuovamente liscia e cristallina la superficie del mare mentale ed emotivo, consentendoci di vedere chiaramente quello che cerchiamo.

Meditazione è visione; una visione chiara, limpida al particolare, rispetto all’ordinaria percezione dei fenomeni.

Vedere chiaramente è il segreto per vivere meglio e più felici.

Sul piano dei sentimenti, così come nel lavoro – per non parlare dell’acquisizione di una concezione più ampia e filosofica dell’esistenza – imparare a meditare significa aprirsi a una visione più completa e significativa della realtà.

La meditazione è la creazione di un punto di luce consapevole entro noi stessi.

Luce, che come abbiamo detto, rappresenta simbolicamente il potere della chiara visione (saggezza).

Attraverso lì esperienza e la dilatazione nella visione, questo punto si espande sempre più, sino a creare una stabile condizione di percezione positiva e oggettiva che influenza la mente e le emozioni. E’ questa, la nascita di un “principio illuminato”.

Pubblicato da: sostibet | gennaio 11, 2009

Fudenji


Adorante silenzio
abitato vuoto silenzio
d’una compagnia pentecostale
che attendendo l’inattendibile
attraverso il mistero e
nella comunione dello spirito
incontra quella verità dell’uomo
che è Buddha
(Fudenji)

Pubblicato da: sostibet | gennaio 10, 2009

La compassione e la pietà

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La compassione è molto più profonda e nobile della pietà.
La pietà ha le sue radici nella paura e porta in sé un senso di arroganza e condiscendenza, alle volte anche una compiaciuta sensazione del tipo: “Meno male che non è capitato a me”.
Come disse Stephen Levine:
“Quando la tua paura tocca il dolore di qualcuno, diventa pietà; quando è il tuo amore a toccare il dolore di qualcuno, diventa compassione”.
Praticare la compassione significa essere consapevoli che tutti gli esseri sono uguali e soffrono nello stesso modo,
onorare tutti coloro che soffrono e sapere che non siamo né separati da alcuno, né superiori ad alcuno.

Sogyal Rinpoche
Domanda:
La consapevolezza è qualcosa di straordinario?

Risposta:
La consapevolezza è così ordinaria, così naturale per noi, che la ignoriamo, la sottovalutiamo tutto il tempo.
Quindi, è qui che abbiamo bisogno continuamente di ricordare, di risvegliarci, di riflettere, cosicché quando accade qualche tragedia o altre cose spiacevoli possiamo usare quelle stesse cose come parte del nostro percorso, come parte del nostro sentiero di coltivare la Via.
Questa è la quarta Nobile Verità.
Avete solo bisogno della fiducia per riflettere, per essere consapevoli, non di come le cose dovrebbero essere ma di cosa state veramente provando, senza rafforzarlo, senza aggiungervi altro.
Quindi, se quando mi sento triste, penso: “Sono triste”, l’ho già reso più grande di quello che è. Invece, sono semplicemente consapevole della tristezza – che è pre-verbale. In questo modo, la consapevolezza è presente senza il sorgere di alcun pensiero.
La tendenza abituale è di pensare: “Sono triste, e non voglio essere triste, voglio essere felice”. E allora diventa davvero un grosso problema per noi. La consapevolezza non è una qualità speciale che io ho più di te.  E’ una abilità naturale che tutti condividiamo.

La pratica sta nell’usare questa abilità naturale e nel desiderio di imparare da essa.

Venerabile Ajahn Sumedho

dalla lista Il Fiore di Bodhidharma – yahoo

Pubblicato da: sostibet | gennaio 10, 2009

Meditare e non pensare

mudra meditazioneLa maggiore difficoltà quando si comincia a praticare qualsiasi tipo di meditazione è la frenetica attività della mente.  Non appena ci si siede a occhi chiusi i pensieri prendono il sopravvento…

Quando cominciamo a meditare ci accorgiamo di vivere immersi in una corrente ininterrotta di pensieri, che si presentano indipendentemente dalla nostra volontà, uno dopo l’altro, in rapida successione.
All’inizio della pratica della meditazione seduta, l’attività dei pensieri distrae continuamente l’attenzione dal compito primario che ci siamo proposti e cioè l’osservazione del respiro.

Per dare continuità e impulso alla meditazione dovremo continuare a ricordarci di ritornare al respiro, quali che siano i pensieri che hanno assorbito la mente in quegli istanti. I pensieri si susseguono nella nostra mente per lo più al di sotto della soglia della consapevolezza, fino al momento in cui, improvvisamente, ci accorgiamo che non stiamo più osservando il respiro e non sappiamo nemmeno da quanto tempo.

A quel punto ti dici:”Va bene ora torno ad osservare il respiro e lascio andare i pensieri che ho in questo momento, qualsiasi essi siano”.

Cerchiamo di trattare i pensieri come dotati dello stesso valore, indipendentemente dal loro contenuto, semplicemente come eventi che si presentano nel campo della nostra consapevolezza, tenendo presente che lasciarli andare non significa reprimerli.

Può essere molto liberatorio renderti conto che i tuoi pensieri sono semplicemente pensieri e non sono ‘te’, né tantomeno la realtà: per esempio, se pensi di dover fare certe cose durante la giornata e non lo riconosci semplicemente come un pensiero, crei con ciò una realtà che ti può opprimere, costringendoti a fare tutte quelle cose.

Il solo fatto di riconoscere i tuoi pensieri come tali, ti libera dalla realtà distorta che possono creare e ti consente di gestire la tua vita con maggiore fluidità.

Questa liberazione dalla tirannia della mente pensante nasce spontaneamente dalla pratica della meditazione, mano a mano che la mente è meno identificata con il contenuto dei pensieri aumenta la sua capacità di concentrazione e calma. Ogni volta che riconosciamo un pensiero come tale e ritorniamo all’osservazione del respiro rafforziamo la consapevolezza e impariamo a conoscerci e ad accettarci di più, non come vorremmo essere, ma proprio così come siamo.

(Giancarlo Giovannini – tratto da Lista Sadhana – Yahoo )

Pubblicato da: sostibet | gennaio 6, 2009

Il tempo rettamente speso

Il valore di ogni cosa
non si attribuisce dalle apparenze:
intensa è la comprensione di noi stessi
se applicandoci non lasciamo aperta la porta
alla distrazione, per questo non ha valore la misura
del nostro essere presenti nel tempo
se esso va sprecato inutilmente.

Il vero attributo è nella retta attenzione
che fa aprire la corolla del fiore del nostro cuore.
Anche poco tempo, se rettamente speso è sufficiente
a portare consapevolezza ed attenzione al nostro interno,
per poi essere presenti a se stessi e manifestare
il retto frutto del nostro lavoro da persone sveglie e mature.


Poetyca

Pubblicato da: sostibet | gennaio 6, 2009

Creare buone relazioni col mondo

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(Ven. Lorenzo Rossello [Lobsang Tharcin])

———————

Una meditazione buddhista semplice ma efficace per riflettere sulle innumerevoli relazioni e interdipendenze che intrecciamo in  ogni istante con ogni essere e con ogni aspetto della vita. Viviamo immersi  in un oceano di
relazioni.

Buddha Shakyamuni ha insegnato che la pace non può nascere sino a quando non ne sviluppiamo personalmente le cause. Le vere cause della  pace vanno ricercate dentro di noi, non all’esterno dell’individuo.
Fuori si possono stabilire le condizioni favorevoli ma non le cause  sostanziali, che sono direttamente connesse con la mente e i fattori mentali che  l’accompagnano.

Sino a quando non riusciremo a eliminare completamente le  emozioni afflittive – l’ignoranza, l’attaccamento, l’odio… – e a  generare qualità virtuose quali l’amore, la compassione, la pazienza, la  saggezza, la nostra mente non potrà mai dimorare in uno stato duraturo di pace e felicità.

Il sentiero interiore che Buddha Shakyamuni ha insegnato per trasformare positivamente la mente degli individui va sviluppato combinando due aspetti della pratica, chiamati metodo e saggezza. Questi devono  diventare uno il
sostegno dell’altro.

Il metodo è la non-violenza (ahimsa) o compassione, mentre  la saggezza, la visione che sostiene tale metodo, è la comprensione  dell’interrelazione tra le cose, del loro sorgere dipendente.

Sorgere dipendente significa che ogni cosa si sviluppa e nasce in relazione ad altre. Il significato pratico che va attribuito a tale  combinazione è che le nostre azioni di corpo, parola e mente non devono  manifestare violenza
perché siamo interdipendenti. In breve, non bisogna essere  violenti perché la nostra felicità dipende dagli altri, deriva dalle  relazioni con altri esseri.

Dovremmo sederci in posizione di meditazione e considerare questa realtà, riflettere e meditare su questo aspetto evidente del  sorgere dipendente, finché la sua verità non ci tocca il cuore e ci fa sorgere  un senso di
gratitudine verso gli altri, unita alla consapevolezza che tutti quanti siamo costantemente e profondamente interdipendenti.

Proviamo a riflettere, meditare e contemplare i seguenti pensieri, uno dopo l’altro:

1. Siamo nati grazie a un padre e a una madre che ci hanno procreati. Appena nati eravamo completamente indifesi e privi di  autosufficienza: grazie alle loro cure siamo potuti sopravvivere e crescere.

2. La nostra educazione è il risultato della gentilezza e  della pazienza di un maestro o di una maestra, dei professori con i quali ci  siamo relazionati nel corso dei nostri studi scolastici. Anche la nostra  conoscenza è un risultato del sorgere dipendente, in quanto deriva dai  libri, dagli insegnanti e dalle relazioni con i compagni di scuola: è
con loro che giornalmente ci siamo confrontati per verificare la  validità dei nostri punti di vista e per mettere in discussione le nostre  certezze.

3. Ogni momento di felicità, ogni esperienza positiva, ha comportato sempre una relazione interpersonale. Pensiamo alle amicizie, al  rapporto di coppia, a un nucleo familiare, alla relazione maestro-discepolo…

4. Ogni cosa o bene che utilizziamo è il risultato di una qualche forma di gentilezza da parte di altri esseri. La carne che mangiamo e il latte che beviamo derivano dalla generosità delle mucche. Le scarpe  di pelle che usiamo, le maglie di lana che indossiamo, sono state  prodotte grazie agli animali che hanno fornito la loro pelle e la loro lana. Gli
ortaggi, la frutta e i cereali e sono il frutto del duro lavoro dei  contadini. Ogni tipo di macchinario e utensile che utilizziamo è il risultato di  ore e ore di lavoro di operai, impiegati, dirigenti, manager e  industriali. Le case in
cui viviamo e che proteggono il nostro corpo dal caldo, dal  freddo e dall’azione disturbante degli elementi, sono anch’esse il risultato del lavoro di altri esseri umani: muratori, falegnami,  ingegneri, architetti e così via.

5. Lo stesso ambiente nei suoi molteplici aspetti, che molte volte consideriamo solo panoramici – i laghi, le montagne, i boschi, il mare – impegna tutti gli esseri in una relazione di sorgere  dipendente, poiché è il sostegno della nostra esistenza. A chi non piacerebbe  vivere in ambienti puliti, armoniosi e incontaminati, che anche il solo  osservarli calma e apre la mente? Per tali ragioni la loro salvaguardia è  necessariamente una responsabilità dell’individuo e della collettività.

Questa riflessione analitica, coltivata considerando gli  innumerevoli aspetti positivi del rapporto di interdipendenza, ci porta  a comprendere a fondo l’importanza di sviluppare un’azione non-violenta nei  confronti di tutti gli esseri e verso lo stesso ambiente, unita a un  senso di amore e compassione.

Pubblicato da: sostibet | gennaio 4, 2009

La pratica della meditazione

“La pratica della meditazione non è solo ascoltare musica, immaginare
paesaggi e inebriarsi d’incenso. Al limite, questi accessori rischiano dei
distrarre dall’obbiettivo primario, quello di sviluppare la vigilanza
interna, la consapevolezza. Molte persone pensano di meditare ascoltando
musiche rilassanti, immaginando paesaggi meravigliosi, come montagne, prati
fioriti, oceani… Musica buona e buone immagini: a loro piace così. Non c’è
niente di male in questo, ma certamente questo tipo di meditazione aiuta
soltanto a trovare una calma temporanea, non porta a una pace durevole. Non
è detto che ogni tanto non faccia bene meditare così, ma se vuoi essere
colmo di una pace stabile e durevole devi fare un’unica cosa: conoscere
veramente te stesso.”

(Ghesce Tenzin Tenphel)

Pubblicato da: sostibet | gennaio 3, 2009

Il sentiero Buddista

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Il sentiero buddhista
Virtù
Meditazione
Saggezza
Sul sentiero

Il termine “Buddhismo” abbraccia una grande varietà di forme di pratica religiosa. Tutte, però, hanno come fonte di ispirazione Siddhattha Gotama, che visse e insegnò nell’India del nord circa 2500 anni fa e che storicamente divenne noto con l’appellativo di Buddha, ossia il Risvegliato,
un uomo che ha conseguito una profonda saggezza grazie ai propri sforzi. Il Buddha non scrisse nulla, ma lasciò la cospicua eredità del suo insegnamento – il Dhamma – che in principio veniva trasmesso oralmente dall’ordine religioso da lui fondato e che egli stesso guidò per quarantacinque anni – il Sangha.

Questo Ordine è sopravvissuto nei secoli, custodendo la saggezza del Buddha nello stile di vita e nella parola. Ancor oggi questi tre elementi – il Buddha, il Dhamma e il Sangha – sono conosciuti e rispettati da tutti i buddhisti come i “Tre Rifugi”, o il “Triplice Gioiello”. Inoltre hanno acquisito il significato simbolico di qualità – rispettivamente Saggezza, Verità e Virtù – che è possibile sviluppare dentro di sé.

Dopo la morte del Buddha, il suo insegnamento varcò i confini dell’India per diffondersi in Asia e altrove, subendo l’influenza delle diverse culture locali e dando origine a numerose “scuole”. A grandi linee, tali scuole si possono riassumere in tre principali correnti: Theravada (l’Insegnamento
degli Anziani) tuttora fiorente nello Sri Lanka, in Birmania e in Tailandia; Mahayana (il Grande Veicolo) che abbraccia le varie tradizioni sorte in Cina, in Corea e in Giappone; e Vajrayana (il Veicolo adamantino), associato principalmente con il Tibet.

Insegnanti appartenenti a tutte e tre le scuole sono approdati in Occidente. Alcuni preservano il proprio lignaggio spirituale secondo la forma del paese di origine, mentre altri hanno adottato approcci meno tradizionali.

L’approccio illustrato qui e le citazioni che seguono appartengono alla tradizione Theravada.

– Il sentiero buddhista –

Il Buddha ha insegnato una via di risveglio spirituale, una disciplina che è possibile applicare nella propria vita quotidiana. Il sentiero della pratica si può suddividere in tre aspetti che si sostengono a vicenda: virtù, meditazione e saggezza.

“Dove c’è virtù c’è saggezza, e dove c’è saggezza c’è virtù. Il virtuoso ha saggezza, il saggio ha virtù, e saggezza e bontà sono quanto vi è di più desiderabile al mondo”

– Virtù –

Si può esprimere formalmente il proprio impegno nella pratica buddhista chiedendo a un monaco o a una monaca di prendere i tre Rifugi e i cinque Precetti, in un monastero buddhista, oppure informalmente, a casa propria, con un atto di deliberata adesione personale. Prendere i Rifugi implica l’impegno a vivere in accordo con i principi della saggezza, della verità e della virtù, giovandosi degli insegnamenti e dell’esempio del Buddha. I cinque Precetti sono regole di autodisciplina da applicare nella vita quotidiana:

1. Astenersi dall’uccidere o danneggiare qualunque creatura vivente
2. Astenersi dal prendere ciò che non ci è stato dato
3. Astenersi da una condotta sessuale irresponsabile
4. Astenersi da un linguaggio falso o offensivo
5. Astenersi dall’assumere bevande alcoliche e droghe

Vivendo in questo modo si incoraggiano la disciplina e la sensibilità necessarie per chi voglia coltivare la meditazione, che è il secondo aspetto del sentiero.

– Meditazione –

Secondo l’accezione più vasta del termine, “meditare” significa dirigere ripetutamente l’attenzione su un’immagine, una parola o un tema allo scopo di calmare la mente e riflettere sul significato dell’oggetto prescelto. Nella pratica buddhista della “meditazione di consapevolezza”, l’attenzione
focalizzata ha anche un altro scopo – approfondire la comprensione della natura della mente. A tal fine la funzione dell’oggetto di meditazione è fornire un punto di riferimento stabile che faciliti l’emersione di inclinazioni altrimenti celate dall’attività superficiale della mente.

Il Buddha esortava i suoi discepoli a prendere come oggetto di meditazione il proprio corpo e la propria mente. Un oggetto frequentemente utilizzato, ad esempio, è la sensazione associata all’inspirazione e all’espirazione nel corso del naturale processo respiratorio.

Sedersi in silenzio prestando attenzione al respiro porta, col tempo, allo sviluppo di chiarezza e calma. In questo stato mentale è possibile discernere più chiaramente tensioni, aspettative e umori abituali, e scioglierli con l’esercizio di un’investigazione delicata e al tempo stesso penetrante.

Il Buddha ha insegnato che è possibile sostenere la meditazione nel corso dell’attività quotidiana, e non solo quando si siede immobili in un certo luogo. Si può portare l’attenzione sul movimento del corpo, sulle sensazioni fisiche o sul flusso di pensieri e sentimenti che si avvicendano nella
mente. Questa attenzione dinamica si definisce ‘presenza mentale’, o consapevolezza.

Il Buddha spiegò che la presenza mentale si esprime in un’attenzione serena ed equanime. Benché centrata sul corpo e sulla mente, è un’attenzione spassionata, non vincolata ad alcuna specifica esperienza fisica o mentale. Questo distacco è un precursore di ciò che il Buddha chiamò Nibbana (o Nirvana) – una condizione di pace e felicità indipendente dalle circostanze. Il Nibbana è uno stato “naturale”, ossia non è qualcosa che dobbiamo aggiungere alla nostra vera natura; è il modo di essere della mente quando è libera dall’ansia e dalle abitudini dettate dalla confusione. Così come un sogno si dilegua spontaneamente al risveglio, allo stesso modo la mente che si rischiara per effetto della consapevolezza non è più offuscata da pensieri ossessivi, dubbi e preoccupazioni.

Tuttavia, sebbene la consapevolezza sia lo strumento principale, in genere c’è bisogno di indicazioni su come fondare un approccio obbiettivo all’osservazione di se stessi e su come valutare ciò che la consapevolezza rivela. E’ la funzione degli insegnamenti che mirano allo sviluppo della
saggezza, o discernimento.

– Saggezza –

“Non fatevi guidare dalla tradizione, dalla consuetudine o dal sentito dire; dai testi sacri, dalla logica o dalla verosimiglianza, né dalla dialettica o dall’inclinazione per una teoria. Non fatevi convincere dall’apparente intelligenza di qualcuno o dal rispetto per un maestro… Quando capite da
voi stessi che cosa è falso, stolto e cattivo, vedendo che porta danno e sofferenza, abbandonatelo … E quando capite da voi stessi che cosa è giusto … coltivatelo”

Gli insegnamenti sapienziali del Buddha più direttamente applicabili non riguardano la natura di Dio o della verità ultima. Il Buddha riteneva che tali argomenti fossero non di rado fonte di disaccordo e controversie, se non addirittura di violenza reciproca. La saggezza buddhista si interessa piuttosto di quegli aspetti dell’esistenza che sono direttamente osservabili, e che non implicano l’adesione a un credo. Gli insegnamenti vanno verificati alla luce dell’esperienza personale. I modi di esprimere la verità possono variare a seconda delle persone. Ciò che veramente conta è la validità dell’esperienza, e se tale esperienza conduce a un modo di vivere più saggio e compassionevole.

Si tratta dunque di uno strumento per sgombrare il campo dalle nostre idee inadeguate sulla realtà. Quando la mente si rischiara, la verità assoluta – comunque la si voglia definire – si palesa spontaneamente.

– Le quattro nobili verità –

Per aiutare i suoi interlocutori a capire come la concezione ordinaria della vita sia inadeguata, il Buddha parlava di dukkha (termine che con qualche approssimazione si può rendere con “insoddisfazione”, “inappagante”). Una definizione sintetica del suo insegnamento, a cui il Buddha stesso ricorreva di frequente, ce lo propone come “la verità circa dukkha, la sua origine, la
sua fine e il sentiero che porta alla fine di dukkha”. Con l’espressione “le quattro nobili verità”, si allude appunto al nucleo fondamentale del messaggio del Buddha, una sorta di modello da applicare e verificare nel contesto dell’esperienza personale.

– La prima nobile verità: c’è dukkha –

La vita come normalmente la conosciamo include necessariamente una certa dose di esperienze spiacevoli, di cui malattia, dolore fisico e disagio psicologico sono gli esempi più ovvi. Anche nelle società economicamente più avanzate, ansia, tensione fisica e mentale, demotivazione o un sentimento di inadeguatezza esistenziale sono comuni fattori di sofferenza.

A questo si aggiunge la limitatezza e la precarietà delle esperienze piacevoli; ad esempio, si può sperimentare dukkha in seguito alla perdita di una persona cara, o alla cocente delusione inflittaci da un amico. Potremmo accorgerci, inoltre, che a lungo andare non è possibile alleviare questi
sentimenti spiacevoli attraverso le nostre strategie abituali, come ad esempio la ricerca di gratificazione, di maggiore successo o di una nuova relazione. Questo perché la fonte di dukkha è un bisogno di natura interiore.

E’ una sorta di nostalgia, un desiderio profondo di comprensione, di pace e di armonia. La natura in ultima analisi interiore o spirituale di questo bisogno rende inefficaci i tentativi di appagarlo aggiungendo alla nostra vita oggetti piacevoli. Finché sussiste la motivazione a ricercare
l’appagamento in ciò che è transitorio e vulnerabile – e basta un minimo di introspezione per accorgerci di quanto siano vulnerabili il nostro corpo e i nostri sentimenti – saremo soggetti alla sofferenza della delusione e della perdita.

“Essere uniti a ciò che non piace è dukkha, essere separati da ciò che piace è dukkha, non ottenere ciò che si desidera è dukkha. In breve, le attività abituali e automatiche del corpo e della mente sono dukkha.”

– La seconda nobile verità: dukkha ha un’origine –

L’intuizione del Buddha fu capire che questa motivazione distorta è in sostanza l’origine dell’insoddisfazione esistenziale. E perché? Perché continuando a cercare la felicità in ciò che è transitorio, perdiamo quello che la vita potrebbe offrirci se fossimo più attenti e più ricettivi
spiritualmente. Mancando di attingere, per ignoranza, al nostro potenziale spirituale, ci lasciamo guidare da sensazioni e stati d’animo. Quando però la consapevolezza ci rivela che si tratta di un’abitudine, non della nostra vera natura, ci rendiamo conto che il cambiamento è possibile.

– La terza nobile verità: dukkha può avere fine –

Una volta compresa la seconda verità, la terza ne discende naturalmente, se siamo capaci di “lasciar andare” le nostre abitudini egocentriche consce e inconsce. Quando smettiamo di reagire aggressivamente o di metterci sulla difensiva, quando rispondiamo alla vita liberi da pregiudizi o idee fisse, la mente ritrova la sua naturale armonia interna. Le abitudini e le opinioni per cui la vita appare ostile o inadeguata vengono intercettate e disattivate.

– La quarta nobile verità: c’è una via per mettere fine a dukkha –

Si tratta di principi generali in base a cui si può vivere la vita attimo per attimo in una prospettiva spirituale. Non è possibile “lasciar andare” se non attraverso la coltivazione della nostra natura spirituale. In virtù di una pratica appropriata, invece, la mente comincia a rivelare la sua spontanea inclinazione per il Nibbana. Non serve altro che la saggezza di riconoscere che c’è una via, e che esistono gli strumenti per realizzarla. Tradizionalmente, la via viene descritta come il “Nobile ottuplice sentiero”. Il simbolo della ruota, così comune nell’iconografia buddhista, è una rappresentazione dell’ottuplice sentiero, in cui ciascun fattore sostiene ed è sostenuto da tutti gli altri. La pratica buddhista consiste nel coltivare questi fattori, ossia: retta concezione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta attenzione e retta concentrazione.

Sono definiti “retti” in quanto implicano uno stile di vita che è in accordo con la virtù, la meditazione e la saggezza, piuttosto che prendere le mosse da una posizione egocentrica. Dunque è una via che è “retta” in relazione tanto agli altri che a se stessi.

“Chi ha comprensione e saggezza non concepisce di arrecare danno a se stesso o a un altro, o di arrecare danno a entrambi. Piuttosto, egli è intento al proprio bene, al bene dell’altro, al bene di entrambi, al bene del mondo intero.”

– Sul sentiero –

Domandarono al Buddha perché i suoi discepoli sembrassero sempre così allegri; la sua risposta fu: “Non rimpiangono il passato né si preoccupano del futuro; vivono nel presente, ecco perché sono gioiosi”.

Chi ha coltivato compiutamente questo sentiero, trova serenità e pazienza dentro di sé nei momenti difficili, e il desiderio di condividere con gli altri la buona ventura quando le cose vanno bene. Vive libero dal senso di colpa, e, invece di subire violenti cambiamenti d’umore, la mente e il cuore
restano saldi e sereni nelle diverse circostanze della vita.

Questi sono i frutti; ma, come tutti i frutti, richiedono l’impegno generoso di una coltivazione graduale e costante. Per questo motivo, la guida, o semplicemente la compagnia, di persone affini è pressoché indispensabile. Prendere rifugio nel Sangha è un modo per riconoscere questo fatto. In senso lato, il Sangha è la comunità degli amici spirituali, tradizionalmente esemplificata dall’ordine religioso mendicante la cui regola esprime inequivocabilmente i valori della spiritualità buddhista.
I monaci e le monache non sono predicatori: è espressamente proibito loro di insegnare, a meno che non ne vengano richiesti; sono soprattutto compagni di strada sul cammino spirituale, e il loro rapporto con la più ampia comunità dei laici è improntato al reciproco sostegno. La regola vieta loro di coltivare la terra e di possedere denaro; devono dunque restare in contatto con la società e dimostrarsi degni del sostegno che ricevono.

I monasteri buddhisti non sono fatti per fuggire dal mondo, sono luoghi dove la gente può venire a stare, ricevere insegnamenti e, soprattutto, sentire che il suo atto di servizio e sostegno viene apprezzato. In questo senso, monaci e monache offrono qualcosa di più che amicizia e guida spirituale: creano l’opportunità di sviluppare fiducia e rispetto di sé.

“Non sottovalutate l’efficacia del bene, pensando: ‘nulla mi aiuterà a progredire’. Una brocca si riempie con un flusso costante di gocce d’acqua; allo stesso modo, il saggio progredisce e consegue la felicità a poco a poco”

La spiritualità non può che essere oggetto di interesse e responsabilità personali. La verità non si può trasmettere con l’indottrinamento. Tuttavia, quando è disponibile un metodo completo e coerente come quello del Buddha, vale la pena esplorarlo.
(© Ass. Santacittarama – www.santacittarama.it )

Pubblicato da: sostibet | febbraio 27, 2009

Conferenza Gratuita – Astrologia e medicina Tibetana

gendun-400

Conferenza Gratuita

Astrologia e Medicina Tibetana(Lama Gendun Dhargay)

S.O.S TIBET, INDIA, NEPAL onlus
in collaborazione con Societa’ Teosofica Italiana

SABATO 28 FEBBRAIO 2009 – ORE 17.30
presso la sede della Società Teosofica Italiana
Via del  Lavoro 40/c – Perugia
Per informazioni: 340 6032110

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