Pubblicato da: sostibet | gennaio 23, 2009

La scuola di Garan – Tibet

La situazione dell’infanzia in Tibet  è particolarmente grave, ci sono molti orfani, la cultura tibetana sta scomparendo,  la maggior parte dei tibetani sono agricoltori o nomadi, non hanno  nessuna possibilità economica per far studiare i propri figli, il loro reddito pro-capite è bassissimo, meno di duemila yuen all’anno (200 euro), è impossibile garantire l’istruzione ai propri figli o pagarne le spese mediche.

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Per i tibetani garantire l’istruzione scolastica ai propri figli è proibitivo, le rette scolastiche imposte dai cinesi sono molto alte, circa mille yuen all’anno ( cento euro) per le scuole elementari, millecinquecento yuen per le scuole superiori (150 euro) . Molto spesso i bambini si recano a studiare fuori dai villaggi, quindi noi cerchiamo di sostenerli anche nelle spese di vitto e alloggio, dei libri e materiale didattico.

“Molti bambini ci sono venuti a cercare, chiedendoci di aiutarli a proseguire gli studi, li abbiamo visti piangere, disperati, ostinati e determinati nel voler cambiare le sorti della propria vita ed è a cuore aperto che abbiamo deciso di non deluderli.   Questo grido disperato lancia un appello a nome di tutti i bambini che non possono studiare in Tibet e nel resto del mondo, esprime una sete di istruzione e una fede nel progresso che meritano di essere ascoltati.”

Crediamo fermamente che lo studio è un diritto di tutti e che solo attraverso un’istruzione adeguata possiamo dare a questi ragazzi la possibilità di migliorare le proprie esistenze e quelle della propria famiglia. Così è nata la scuola di Garan, una piccola scuola di prima alfabetizzazione che accoglie 45 bambini tra i cinque e i sette anni, con l’intento principale di garantire a questi bambini la possibilità di imparare a leggere e a scrivere per poi poter proseguire con le scuole elementari, garantendogli assistenza attraverso le adozioni a distanza. I bambini della scuola di Garan sono quelli che appartengono alle famiglie più povere che senza il nostro e il vostro sostegno non avrebbero mai avuto la possibilità di frequentare la scuola.

Agli alunni della scuola di verrà garantito un pasto al giorno, inoltre  verrà distribuito loro un kit composto da quaderni, matite, colori, libri, e zaini, tutti beni che i genitori non potrebbero acquistare per i propri figli; inoltre per incentivare  buone abitudini igieniche  promuoveremo programmi formativi sull’igiene orale destinati a genitori e docenti  e dimostrazioni pratiche rivolte ai bambini a cui viene distribuito l’occorrente ( spazzolino, sapone, dentifricio ).

Abbiamo portato una nuova luce di speranza nella vita di questi bambini, aiutaci a non deluderli. Crediamo molto in questo progetto perché anche il nostro Dottor Gendun ha avuto  uno sponsor americano che gli ha permesso di continuare gli studi universitari e di diventare medico, trasformando radicalmente la sua vita. In Asia una persona che lavora ne salva altre venti. I bambini che potranno studiare diventano sostegno e speranza per la propria gente. Grazie per aiutarci ad aiutare…..

Eugenia Cucco

Per informazioni……

Sede operativa c/o Cesvol di Assisi, Via verdi n.8, Santa Maria Degli Angeli (PG)

Tel/fax 0758040114 cell. 3471059277 Eugenia Cucco

e.mail: info@sostibet.org ,  sito web: http://www.sostibet.org

Se vuoi aiutarci  puoi fare una donazione on line tramite banca o un versamento con bollettino postale  sul conto corrente banco/posta n°  69331817 intestato a “S.O.S Tibet, India, Nepal” , Codice IBAN: IT23E0760103000000069331817 o intestare e inviare un assegno all’associazione, anche una piccola offerta può fare la differenza…..Se vuoi versarci il tuo 5x mille usa il nostro codice fiscale: 94107870548 . Grazie ancora per aiutarci ad aiutare….

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La storia di Lama Tzering

Lama Tzering è un ragazzo  tibetano di 15 anni nato nel villaggio di Garan, è stato sempre il primo della classe; quest’anno doveva iniziare le scuole superiori ma suo padre non aveva la possibilità di farlo continuare a studiare.

I genitori sono contadini e  le sue sorelle lavorano saltuariamente per i cinesi spaccando le pietre, guadagnano circa due euro al giorno;  non hanno nessuna possibilità di proseguire gli studi.

Ci raccontava il padre che in alcuni mesi all’anno l’intera famiglia è costretta a nutrirsi solo di pane  e tzampa (orzo tostato e burro di yak).

Quando il padre  di Lama Tzering gli ha detto che non avrebbe continuato gli studi lui ha pianto a lungo, si è buttato a terra, ha chiesto al padre di vendere la casa, che non è ancora finita, gli ha chiesto di farsi prestare dei soldi pur di farlo continuare a studiare. Lama Tzering è uno dei ragazzi che ha fatto crescere in noi il desiderio di far nascere questo progetto.

Deve essere atroce per questi giovani vedersi negare il proprio diritto allo studio, proviamo a metterci per un attimo nei loro panni:essere costretti ad andare a pascolare gli yak per tutta la vita o andare  a lavorare nei ristoranti delle grandi città cinesi per due euro al giorno.

Sono dei fiori a cui non verrà mai data  la possibilità di sbocciare.

Diario di viaggio

Quindici dicembre 2004

“Da qualche giorno ho iniziato ad andare al centro di prima accoglienza dei rifugiati Tibetani.

Ne arrivano tantissimi, continuano  a scappare attraversando l’Himalaya, fuggono povertà e miseria. Alcuni camminano per tre o quattro mesi ed arrivano assiderati, ci sono dei bambini. Molti bambini arrivano soli, i genitori pagano una guida e gli affidano i loro piccoli, venire in India è l’unica possibilità di una vita migliore, qui possono ricevere un’educazione. Mi sono affezionata ad alcuni dei piccoli e la sera, se qualcuno ha la febbre a volte mi fermo, insieme ad altre donne tibetane cerco di rendermi utile. Ieri sera un bimbo aveva la febbre altissima e gli abbiamo dato della tachipirina, oggi stava meglio, aveva solo una gran tosse, ma chiederò al medico di prescrivergli uno sciroppo. Tzizi è caduta da una giostra, si è fatta un taglio sulla testa, l’hanno portata in ospedale e le hanno messo diversi punti. Questa sera con tutta la testa fasciata mostrava orgogliosa i suoi panni sporchi di sangue. Lei non piange mai, non ha pianto neanche quando è morto suo padre, non ha pianto neanche oggi, sono i miei piccoli eroi. Io invece durante la preghiera sono sprofondata in un pianto profondo, è la seconda volta che mi succede. Non voglio più proteggermi dal dolore, sento che qualcosa dentro di me si scioglie, c’è un forte senso di impotenza, ma so che per liberarci dal dolore dobbiamo permetterci di attraversarci. Ci vuole tanta forza per imparare ad accettare, le lacrime sono salate come il mare, le lacrime sono l’esalazione del dolore, ma dopo questi lunghi pianti vengo abitata da una nuova pace, che è più profonda delle emozioni che attraversano la mente e che lacerano la tranquillità del presente. Poi abbraccio di nuovo Tzizi e lei si stringe forte a me, così le barriere si annullano, cadono una dopo l’altra come frutti maturi da un albero.

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Pubblicato da: sostibet | gennaio 20, 2009

La meditazione come visione

La meditazione come visione

Di Antonella Spotti ( Vivere lo Yoga n° 20-anno 2008 )

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Vedere e guardare non sono la stessa cosa. Possiamo scorgere tutto distrattamente, senza coglierne significati e valori; guardare invece, implica una condizione vigile e consapevole, che presuppone il piacere di scoprire cose nuove (o rivelare aspetti sorprendenti di ciò che già conosciamo).

La visione oculare è un simbolo della vista interiore, ossia della capacità di cogliere e decodificare la realtà in cui viviamo. Poter vedere implica il trovarsi nella “luce”. Antichi termini come “illuminato”, esprimono questo concetto. E’ illuminato colui che è giunto alla visione reale di se stesso.

E’ chiaro a tutti che perdere il senso della vista equivale a una tragedia irrimediabile, perché senza di esso non abbiamo più una direzione e il nostro procedere avviene in modo stentato e lento. Questo vale anche quando non abbiamo una visione profonda e chiara (illuminata) di noi stessi e della vita.

E’ più difficile accorgersi di questo, perché viviamo circondati da persone che sono cieche come noi e, di riflesso, fanno apparire come naturale la nostra condizione di non visione della realtà. Questa essenza è quella che genera sofferenza e disagio nella nostra esistenza.

La meditazione può essere considerata – a tutti gli effetti – il più potente strumento per il recupero della vista interiore. Vedere per capire e capire per sapere che via prendere.

La meditazione è uno stato della coscienza e non una tecnica, un metodo che  ci permette di giungere progressivamente a uno sviluppo illuminato della coscienza.

Tutti i nostri problemi, aspirazioni, passioni, paure, desideri e ideali sono quotidianamente affrontati attraverso la nostra possibilità o impossibilità di visione.

La visione della coscienza, la capacità di comprendere o intuire la natura della cose, influenza in modo totale la vita di ogni essere umano.

Noi riusciamo a ottenere un’esistenza brillante e felice, nella misura in cui sappiamo “leggere” gli eventi e cogliere le opportunità, schivando per tempo un certi numero di avversità.

Normalmente, noi viviamo guidati dalle emozioni, che sorgono dalle esperienze passate e dai pensieri, attraverso i quali cerchiamo di costruire il nostro futuro. I pensieri però, non sono mai interamente dissociati dal passato e , per questa ragione, è difficilissimo ottenere una mente creativa, ossia libera dall’idea di “possibile” e “impossibile”; cosa questa, che limita enormemente ogni aspetto dell’esistenza.

Attraverso la meditazione invece, apriamo uno spazio molto vasto in noi stessi, nel quale le emozioni e i pensieri connessi a passato e futuro, si dissolvono nel presente. In questo nuovo spazio sorge una visione alternativa dei fenomeni osservati, che ci permette di cogliere soluzioni e possibilità altrimenti negate.

Molto concretamente, dovremmo imparare a filtrare ogni decisione e progetto dal silenzio della pratica meditativa. Quando non sappiamo come comportarci o come affrontare certe situazioni, o anche nei momenti della vita in cui tutto sembra divenire confuso e non sappiamo che strada prendere, la meditazione è la vera soluzione.

Praticandola quotidianamente, assisteremo alla nascita di una nuova calma. Essa genera distacco dalle reazioni negative e calma l’acqua delle emozioni e i venti disordinati della mente.

La meditazione calma la tempesta e rende nuovamente liscia e cristallina la superficie del mare mentale ed emotivo, consentendoci di vedere chiaramente quello che cerchiamo.

Meditazione è visione; una visione chiara, limpida al particolare, rispetto all’ordinaria percezione dei fenomeni.

Vedere chiaramente è il segreto per vivere meglio e più felici.

Sul piano dei sentimenti, così come nel lavoro – per non parlare dell’acquisizione di una concezione più ampia e filosofica dell’esistenza – imparare a meditare significa aprirsi a una visione più completa e significativa della realtà.

La meditazione è la creazione di un punto di luce consapevole entro noi stessi.

Luce, che come abbiamo detto, rappresenta simbolicamente il potere della chiara visione (saggezza).

Attraverso lì esperienza e la dilatazione nella visione, questo punto si espande sempre più, sino a creare una stabile condizione di percezione positiva e oggettiva che influenza la mente e le emozioni. E’ questa, la nascita di un “principio illuminato”.

Pubblicato da: sostibet | gennaio 11, 2009

Fudenji


Adorante silenzio
abitato vuoto silenzio
d’una compagnia pentecostale
che attendendo l’inattendibile
attraverso il mistero e
nella comunione dello spirito
incontra quella verità dell’uomo
che è Buddha
(Fudenji)

Pubblicato da: sostibet | gennaio 10, 2009

La compassione e la pietà

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La compassione è molto più profonda e nobile della pietà.
La pietà ha le sue radici nella paura e porta in sé un senso di arroganza e condiscendenza, alle volte anche una compiaciuta sensazione del tipo: “Meno male che non è capitato a me”.
Come disse Stephen Levine:
“Quando la tua paura tocca il dolore di qualcuno, diventa pietà; quando è il tuo amore a toccare il dolore di qualcuno, diventa compassione”.
Praticare la compassione significa essere consapevoli che tutti gli esseri sono uguali e soffrono nello stesso modo,
onorare tutti coloro che soffrono e sapere che non siamo né separati da alcuno, né superiori ad alcuno.

Sogyal Rinpoche
Domanda:
La consapevolezza è qualcosa di straordinario?

Risposta:
La consapevolezza è così ordinaria, così naturale per noi, che la ignoriamo, la sottovalutiamo tutto il tempo.
Quindi, è qui che abbiamo bisogno continuamente di ricordare, di risvegliarci, di riflettere, cosicché quando accade qualche tragedia o altre cose spiacevoli possiamo usare quelle stesse cose come parte del nostro percorso, come parte del nostro sentiero di coltivare la Via.
Questa è la quarta Nobile Verità.
Avete solo bisogno della fiducia per riflettere, per essere consapevoli, non di come le cose dovrebbero essere ma di cosa state veramente provando, senza rafforzarlo, senza aggiungervi altro.
Quindi, se quando mi sento triste, penso: “Sono triste”, l’ho già reso più grande di quello che è. Invece, sono semplicemente consapevole della tristezza – che è pre-verbale. In questo modo, la consapevolezza è presente senza il sorgere di alcun pensiero.
La tendenza abituale è di pensare: “Sono triste, e non voglio essere triste, voglio essere felice”. E allora diventa davvero un grosso problema per noi. La consapevolezza non è una qualità speciale che io ho più di te.  E’ una abilità naturale che tutti condividiamo.

La pratica sta nell’usare questa abilità naturale e nel desiderio di imparare da essa.

Venerabile Ajahn Sumedho

dalla lista Il Fiore di Bodhidharma – yahoo

Pubblicato da: sostibet | gennaio 10, 2009

Meditare e non pensare

mudra meditazioneLa maggiore difficoltà quando si comincia a praticare qualsiasi tipo di meditazione è la frenetica attività della mente.  Non appena ci si siede a occhi chiusi i pensieri prendono il sopravvento…

Quando cominciamo a meditare ci accorgiamo di vivere immersi in una corrente ininterrotta di pensieri, che si presentano indipendentemente dalla nostra volontà, uno dopo l’altro, in rapida successione.
All’inizio della pratica della meditazione seduta, l’attività dei pensieri distrae continuamente l’attenzione dal compito primario che ci siamo proposti e cioè l’osservazione del respiro.

Per dare continuità e impulso alla meditazione dovremo continuare a ricordarci di ritornare al respiro, quali che siano i pensieri che hanno assorbito la mente in quegli istanti. I pensieri si susseguono nella nostra mente per lo più al di sotto della soglia della consapevolezza, fino al momento in cui, improvvisamente, ci accorgiamo che non stiamo più osservando il respiro e non sappiamo nemmeno da quanto tempo.

A quel punto ti dici:”Va bene ora torno ad osservare il respiro e lascio andare i pensieri che ho in questo momento, qualsiasi essi siano”.

Cerchiamo di trattare i pensieri come dotati dello stesso valore, indipendentemente dal loro contenuto, semplicemente come eventi che si presentano nel campo della nostra consapevolezza, tenendo presente che lasciarli andare non significa reprimerli.

Può essere molto liberatorio renderti conto che i tuoi pensieri sono semplicemente pensieri e non sono ‘te’, né tantomeno la realtà: per esempio, se pensi di dover fare certe cose durante la giornata e non lo riconosci semplicemente come un pensiero, crei con ciò una realtà che ti può opprimere, costringendoti a fare tutte quelle cose.

Il solo fatto di riconoscere i tuoi pensieri come tali, ti libera dalla realtà distorta che possono creare e ti consente di gestire la tua vita con maggiore fluidità.

Questa liberazione dalla tirannia della mente pensante nasce spontaneamente dalla pratica della meditazione, mano a mano che la mente è meno identificata con il contenuto dei pensieri aumenta la sua capacità di concentrazione e calma. Ogni volta che riconosciamo un pensiero come tale e ritorniamo all’osservazione del respiro rafforziamo la consapevolezza e impariamo a conoscerci e ad accettarci di più, non come vorremmo essere, ma proprio così come siamo.

(Giancarlo Giovannini – tratto da Lista Sadhana – Yahoo )

Pubblicato da: sostibet | gennaio 6, 2009

Il tempo rettamente speso

Il valore di ogni cosa
non si attribuisce dalle apparenze:
intensa è la comprensione di noi stessi
se applicandoci non lasciamo aperta la porta
alla distrazione, per questo non ha valore la misura
del nostro essere presenti nel tempo
se esso va sprecato inutilmente.

Il vero attributo è nella retta attenzione
che fa aprire la corolla del fiore del nostro cuore.
Anche poco tempo, se rettamente speso è sufficiente
a portare consapevolezza ed attenzione al nostro interno,
per poi essere presenti a se stessi e manifestare
il retto frutto del nostro lavoro da persone sveglie e mature.


Poetyca

Pubblicato da: sostibet | gennaio 6, 2009

Creare buone relazioni col mondo

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(Ven. Lorenzo Rossello [Lobsang Tharcin])

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Una meditazione buddhista semplice ma efficace per riflettere sulle innumerevoli relazioni e interdipendenze che intrecciamo in  ogni istante con ogni essere e con ogni aspetto della vita. Viviamo immersi  in un oceano di
relazioni.

Buddha Shakyamuni ha insegnato che la pace non può nascere sino a quando non ne sviluppiamo personalmente le cause. Le vere cause della  pace vanno ricercate dentro di noi, non all’esterno dell’individuo.
Fuori si possono stabilire le condizioni favorevoli ma non le cause  sostanziali, che sono direttamente connesse con la mente e i fattori mentali che  l’accompagnano.

Sino a quando non riusciremo a eliminare completamente le  emozioni afflittive – l’ignoranza, l’attaccamento, l’odio… – e a  generare qualità virtuose quali l’amore, la compassione, la pazienza, la  saggezza, la nostra mente non potrà mai dimorare in uno stato duraturo di pace e felicità.

Il sentiero interiore che Buddha Shakyamuni ha insegnato per trasformare positivamente la mente degli individui va sviluppato combinando due aspetti della pratica, chiamati metodo e saggezza. Questi devono  diventare uno il
sostegno dell’altro.

Il metodo è la non-violenza (ahimsa) o compassione, mentre  la saggezza, la visione che sostiene tale metodo, è la comprensione  dell’interrelazione tra le cose, del loro sorgere dipendente.

Sorgere dipendente significa che ogni cosa si sviluppa e nasce in relazione ad altre. Il significato pratico che va attribuito a tale  combinazione è che le nostre azioni di corpo, parola e mente non devono  manifestare violenza
perché siamo interdipendenti. In breve, non bisogna essere  violenti perché la nostra felicità dipende dagli altri, deriva dalle  relazioni con altri esseri.

Dovremmo sederci in posizione di meditazione e considerare questa realtà, riflettere e meditare su questo aspetto evidente del  sorgere dipendente, finché la sua verità non ci tocca il cuore e ci fa sorgere  un senso di
gratitudine verso gli altri, unita alla consapevolezza che tutti quanti siamo costantemente e profondamente interdipendenti.

Proviamo a riflettere, meditare e contemplare i seguenti pensieri, uno dopo l’altro:

1. Siamo nati grazie a un padre e a una madre che ci hanno procreati. Appena nati eravamo completamente indifesi e privi di  autosufficienza: grazie alle loro cure siamo potuti sopravvivere e crescere.

2. La nostra educazione è il risultato della gentilezza e  della pazienza di un maestro o di una maestra, dei professori con i quali ci  siamo relazionati nel corso dei nostri studi scolastici. Anche la nostra  conoscenza è un risultato del sorgere dipendente, in quanto deriva dai  libri, dagli insegnanti e dalle relazioni con i compagni di scuola: è
con loro che giornalmente ci siamo confrontati per verificare la  validità dei nostri punti di vista e per mettere in discussione le nostre  certezze.

3. Ogni momento di felicità, ogni esperienza positiva, ha comportato sempre una relazione interpersonale. Pensiamo alle amicizie, al  rapporto di coppia, a un nucleo familiare, alla relazione maestro-discepolo…

4. Ogni cosa o bene che utilizziamo è il risultato di una qualche forma di gentilezza da parte di altri esseri. La carne che mangiamo e il latte che beviamo derivano dalla generosità delle mucche. Le scarpe  di pelle che usiamo, le maglie di lana che indossiamo, sono state  prodotte grazie agli animali che hanno fornito la loro pelle e la loro lana. Gli
ortaggi, la frutta e i cereali e sono il frutto del duro lavoro dei  contadini. Ogni tipo di macchinario e utensile che utilizziamo è il risultato di  ore e ore di lavoro di operai, impiegati, dirigenti, manager e  industriali. Le case in
cui viviamo e che proteggono il nostro corpo dal caldo, dal  freddo e dall’azione disturbante degli elementi, sono anch’esse il risultato del lavoro di altri esseri umani: muratori, falegnami,  ingegneri, architetti e così via.

5. Lo stesso ambiente nei suoi molteplici aspetti, che molte volte consideriamo solo panoramici – i laghi, le montagne, i boschi, il mare – impegna tutti gli esseri in una relazione di sorgere  dipendente, poiché è il sostegno della nostra esistenza. A chi non piacerebbe  vivere in ambienti puliti, armoniosi e incontaminati, che anche il solo  osservarli calma e apre la mente? Per tali ragioni la loro salvaguardia è  necessariamente una responsabilità dell’individuo e della collettività.

Questa riflessione analitica, coltivata considerando gli  innumerevoli aspetti positivi del rapporto di interdipendenza, ci porta  a comprendere a fondo l’importanza di sviluppare un’azione non-violenta nei  confronti di tutti gli esseri e verso lo stesso ambiente, unita a un  senso di amore e compassione.

Pubblicato da: sostibet | gennaio 4, 2009

La pratica della meditazione

“La pratica della meditazione non è solo ascoltare musica, immaginare
paesaggi e inebriarsi d’incenso. Al limite, questi accessori rischiano dei
distrarre dall’obbiettivo primario, quello di sviluppare la vigilanza
interna, la consapevolezza. Molte persone pensano di meditare ascoltando
musiche rilassanti, immaginando paesaggi meravigliosi, come montagne, prati
fioriti, oceani… Musica buona e buone immagini: a loro piace così. Non c’è
niente di male in questo, ma certamente questo tipo di meditazione aiuta
soltanto a trovare una calma temporanea, non porta a una pace durevole. Non
è detto che ogni tanto non faccia bene meditare così, ma se vuoi essere
colmo di una pace stabile e durevole devi fare un’unica cosa: conoscere
veramente te stesso.”

(Ghesce Tenzin Tenphel)

Pubblicato da: sostibet | gennaio 3, 2009

Il sentiero Buddista

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Il sentiero buddhista
Virtù
Meditazione
Saggezza
Sul sentiero

Il termine “Buddhismo” abbraccia una grande varietà di forme di pratica religiosa. Tutte, però, hanno come fonte di ispirazione Siddhattha Gotama, che visse e insegnò nell’India del nord circa 2500 anni fa e che storicamente divenne noto con l’appellativo di Buddha, ossia il Risvegliato,
un uomo che ha conseguito una profonda saggezza grazie ai propri sforzi. Il Buddha non scrisse nulla, ma lasciò la cospicua eredità del suo insegnamento – il Dhamma – che in principio veniva trasmesso oralmente dall’ordine religioso da lui fondato e che egli stesso guidò per quarantacinque anni – il Sangha.

Questo Ordine è sopravvissuto nei secoli, custodendo la saggezza del Buddha nello stile di vita e nella parola. Ancor oggi questi tre elementi – il Buddha, il Dhamma e il Sangha – sono conosciuti e rispettati da tutti i buddhisti come i “Tre Rifugi”, o il “Triplice Gioiello”. Inoltre hanno acquisito il significato simbolico di qualità – rispettivamente Saggezza, Verità e Virtù – che è possibile sviluppare dentro di sé.

Dopo la morte del Buddha, il suo insegnamento varcò i confini dell’India per diffondersi in Asia e altrove, subendo l’influenza delle diverse culture locali e dando origine a numerose “scuole”. A grandi linee, tali scuole si possono riassumere in tre principali correnti: Theravada (l’Insegnamento
degli Anziani) tuttora fiorente nello Sri Lanka, in Birmania e in Tailandia; Mahayana (il Grande Veicolo) che abbraccia le varie tradizioni sorte in Cina, in Corea e in Giappone; e Vajrayana (il Veicolo adamantino), associato principalmente con il Tibet.

Insegnanti appartenenti a tutte e tre le scuole sono approdati in Occidente. Alcuni preservano il proprio lignaggio spirituale secondo la forma del paese di origine, mentre altri hanno adottato approcci meno tradizionali.

L’approccio illustrato qui e le citazioni che seguono appartengono alla tradizione Theravada.

– Il sentiero buddhista –

Il Buddha ha insegnato una via di risveglio spirituale, una disciplina che è possibile applicare nella propria vita quotidiana. Il sentiero della pratica si può suddividere in tre aspetti che si sostengono a vicenda: virtù, meditazione e saggezza.

“Dove c’è virtù c’è saggezza, e dove c’è saggezza c’è virtù. Il virtuoso ha saggezza, il saggio ha virtù, e saggezza e bontà sono quanto vi è di più desiderabile al mondo”

– Virtù –

Si può esprimere formalmente il proprio impegno nella pratica buddhista chiedendo a un monaco o a una monaca di prendere i tre Rifugi e i cinque Precetti, in un monastero buddhista, oppure informalmente, a casa propria, con un atto di deliberata adesione personale. Prendere i Rifugi implica l’impegno a vivere in accordo con i principi della saggezza, della verità e della virtù, giovandosi degli insegnamenti e dell’esempio del Buddha. I cinque Precetti sono regole di autodisciplina da applicare nella vita quotidiana:

1. Astenersi dall’uccidere o danneggiare qualunque creatura vivente
2. Astenersi dal prendere ciò che non ci è stato dato
3. Astenersi da una condotta sessuale irresponsabile
4. Astenersi da un linguaggio falso o offensivo
5. Astenersi dall’assumere bevande alcoliche e droghe

Vivendo in questo modo si incoraggiano la disciplina e la sensibilità necessarie per chi voglia coltivare la meditazione, che è il secondo aspetto del sentiero.

– Meditazione –

Secondo l’accezione più vasta del termine, “meditare” significa dirigere ripetutamente l’attenzione su un’immagine, una parola o un tema allo scopo di calmare la mente e riflettere sul significato dell’oggetto prescelto. Nella pratica buddhista della “meditazione di consapevolezza”, l’attenzione
focalizzata ha anche un altro scopo – approfondire la comprensione della natura della mente. A tal fine la funzione dell’oggetto di meditazione è fornire un punto di riferimento stabile che faciliti l’emersione di inclinazioni altrimenti celate dall’attività superficiale della mente.

Il Buddha esortava i suoi discepoli a prendere come oggetto di meditazione il proprio corpo e la propria mente. Un oggetto frequentemente utilizzato, ad esempio, è la sensazione associata all’inspirazione e all’espirazione nel corso del naturale processo respiratorio.

Sedersi in silenzio prestando attenzione al respiro porta, col tempo, allo sviluppo di chiarezza e calma. In questo stato mentale è possibile discernere più chiaramente tensioni, aspettative e umori abituali, e scioglierli con l’esercizio di un’investigazione delicata e al tempo stesso penetrante.

Il Buddha ha insegnato che è possibile sostenere la meditazione nel corso dell’attività quotidiana, e non solo quando si siede immobili in un certo luogo. Si può portare l’attenzione sul movimento del corpo, sulle sensazioni fisiche o sul flusso di pensieri e sentimenti che si avvicendano nella
mente. Questa attenzione dinamica si definisce ‘presenza mentale’, o consapevolezza.

Il Buddha spiegò che la presenza mentale si esprime in un’attenzione serena ed equanime. Benché centrata sul corpo e sulla mente, è un’attenzione spassionata, non vincolata ad alcuna specifica esperienza fisica o mentale. Questo distacco è un precursore di ciò che il Buddha chiamò Nibbana (o Nirvana) – una condizione di pace e felicità indipendente dalle circostanze. Il Nibbana è uno stato “naturale”, ossia non è qualcosa che dobbiamo aggiungere alla nostra vera natura; è il modo di essere della mente quando è libera dall’ansia e dalle abitudini dettate dalla confusione. Così come un sogno si dilegua spontaneamente al risveglio, allo stesso modo la mente che si rischiara per effetto della consapevolezza non è più offuscata da pensieri ossessivi, dubbi e preoccupazioni.

Tuttavia, sebbene la consapevolezza sia lo strumento principale, in genere c’è bisogno di indicazioni su come fondare un approccio obbiettivo all’osservazione di se stessi e su come valutare ciò che la consapevolezza rivela. E’ la funzione degli insegnamenti che mirano allo sviluppo della
saggezza, o discernimento.

– Saggezza –

“Non fatevi guidare dalla tradizione, dalla consuetudine o dal sentito dire; dai testi sacri, dalla logica o dalla verosimiglianza, né dalla dialettica o dall’inclinazione per una teoria. Non fatevi convincere dall’apparente intelligenza di qualcuno o dal rispetto per un maestro… Quando capite da
voi stessi che cosa è falso, stolto e cattivo, vedendo che porta danno e sofferenza, abbandonatelo … E quando capite da voi stessi che cosa è giusto … coltivatelo”

Gli insegnamenti sapienziali del Buddha più direttamente applicabili non riguardano la natura di Dio o della verità ultima. Il Buddha riteneva che tali argomenti fossero non di rado fonte di disaccordo e controversie, se non addirittura di violenza reciproca. La saggezza buddhista si interessa piuttosto di quegli aspetti dell’esistenza che sono direttamente osservabili, e che non implicano l’adesione a un credo. Gli insegnamenti vanno verificati alla luce dell’esperienza personale. I modi di esprimere la verità possono variare a seconda delle persone. Ciò che veramente conta è la validità dell’esperienza, e se tale esperienza conduce a un modo di vivere più saggio e compassionevole.

Si tratta dunque di uno strumento per sgombrare il campo dalle nostre idee inadeguate sulla realtà. Quando la mente si rischiara, la verità assoluta – comunque la si voglia definire – si palesa spontaneamente.

– Le quattro nobili verità –

Per aiutare i suoi interlocutori a capire come la concezione ordinaria della vita sia inadeguata, il Buddha parlava di dukkha (termine che con qualche approssimazione si può rendere con “insoddisfazione”, “inappagante”). Una definizione sintetica del suo insegnamento, a cui il Buddha stesso ricorreva di frequente, ce lo propone come “la verità circa dukkha, la sua origine, la
sua fine e il sentiero che porta alla fine di dukkha”. Con l’espressione “le quattro nobili verità”, si allude appunto al nucleo fondamentale del messaggio del Buddha, una sorta di modello da applicare e verificare nel contesto dell’esperienza personale.

– La prima nobile verità: c’è dukkha –

La vita come normalmente la conosciamo include necessariamente una certa dose di esperienze spiacevoli, di cui malattia, dolore fisico e disagio psicologico sono gli esempi più ovvi. Anche nelle società economicamente più avanzate, ansia, tensione fisica e mentale, demotivazione o un sentimento di inadeguatezza esistenziale sono comuni fattori di sofferenza.

A questo si aggiunge la limitatezza e la precarietà delle esperienze piacevoli; ad esempio, si può sperimentare dukkha in seguito alla perdita di una persona cara, o alla cocente delusione inflittaci da un amico. Potremmo accorgerci, inoltre, che a lungo andare non è possibile alleviare questi
sentimenti spiacevoli attraverso le nostre strategie abituali, come ad esempio la ricerca di gratificazione, di maggiore successo o di una nuova relazione. Questo perché la fonte di dukkha è un bisogno di natura interiore.

E’ una sorta di nostalgia, un desiderio profondo di comprensione, di pace e di armonia. La natura in ultima analisi interiore o spirituale di questo bisogno rende inefficaci i tentativi di appagarlo aggiungendo alla nostra vita oggetti piacevoli. Finché sussiste la motivazione a ricercare
l’appagamento in ciò che è transitorio e vulnerabile – e basta un minimo di introspezione per accorgerci di quanto siano vulnerabili il nostro corpo e i nostri sentimenti – saremo soggetti alla sofferenza della delusione e della perdita.

“Essere uniti a ciò che non piace è dukkha, essere separati da ciò che piace è dukkha, non ottenere ciò che si desidera è dukkha. In breve, le attività abituali e automatiche del corpo e della mente sono dukkha.”

– La seconda nobile verità: dukkha ha un’origine –

L’intuizione del Buddha fu capire che questa motivazione distorta è in sostanza l’origine dell’insoddisfazione esistenziale. E perché? Perché continuando a cercare la felicità in ciò che è transitorio, perdiamo quello che la vita potrebbe offrirci se fossimo più attenti e più ricettivi
spiritualmente. Mancando di attingere, per ignoranza, al nostro potenziale spirituale, ci lasciamo guidare da sensazioni e stati d’animo. Quando però la consapevolezza ci rivela che si tratta di un’abitudine, non della nostra vera natura, ci rendiamo conto che il cambiamento è possibile.

– La terza nobile verità: dukkha può avere fine –

Una volta compresa la seconda verità, la terza ne discende naturalmente, se siamo capaci di “lasciar andare” le nostre abitudini egocentriche consce e inconsce. Quando smettiamo di reagire aggressivamente o di metterci sulla difensiva, quando rispondiamo alla vita liberi da pregiudizi o idee fisse, la mente ritrova la sua naturale armonia interna. Le abitudini e le opinioni per cui la vita appare ostile o inadeguata vengono intercettate e disattivate.

– La quarta nobile verità: c’è una via per mettere fine a dukkha –

Si tratta di principi generali in base a cui si può vivere la vita attimo per attimo in una prospettiva spirituale. Non è possibile “lasciar andare” se non attraverso la coltivazione della nostra natura spirituale. In virtù di una pratica appropriata, invece, la mente comincia a rivelare la sua spontanea inclinazione per il Nibbana. Non serve altro che la saggezza di riconoscere che c’è una via, e che esistono gli strumenti per realizzarla. Tradizionalmente, la via viene descritta come il “Nobile ottuplice sentiero”. Il simbolo della ruota, così comune nell’iconografia buddhista, è una rappresentazione dell’ottuplice sentiero, in cui ciascun fattore sostiene ed è sostenuto da tutti gli altri. La pratica buddhista consiste nel coltivare questi fattori, ossia: retta concezione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta attenzione e retta concentrazione.

Sono definiti “retti” in quanto implicano uno stile di vita che è in accordo con la virtù, la meditazione e la saggezza, piuttosto che prendere le mosse da una posizione egocentrica. Dunque è una via che è “retta” in relazione tanto agli altri che a se stessi.

“Chi ha comprensione e saggezza non concepisce di arrecare danno a se stesso o a un altro, o di arrecare danno a entrambi. Piuttosto, egli è intento al proprio bene, al bene dell’altro, al bene di entrambi, al bene del mondo intero.”

– Sul sentiero –

Domandarono al Buddha perché i suoi discepoli sembrassero sempre così allegri; la sua risposta fu: “Non rimpiangono il passato né si preoccupano del futuro; vivono nel presente, ecco perché sono gioiosi”.

Chi ha coltivato compiutamente questo sentiero, trova serenità e pazienza dentro di sé nei momenti difficili, e il desiderio di condividere con gli altri la buona ventura quando le cose vanno bene. Vive libero dal senso di colpa, e, invece di subire violenti cambiamenti d’umore, la mente e il cuore
restano saldi e sereni nelle diverse circostanze della vita.

Questi sono i frutti; ma, come tutti i frutti, richiedono l’impegno generoso di una coltivazione graduale e costante. Per questo motivo, la guida, o semplicemente la compagnia, di persone affini è pressoché indispensabile. Prendere rifugio nel Sangha è un modo per riconoscere questo fatto. In senso lato, il Sangha è la comunità degli amici spirituali, tradizionalmente esemplificata dall’ordine religioso mendicante la cui regola esprime inequivocabilmente i valori della spiritualità buddhista.
I monaci e le monache non sono predicatori: è espressamente proibito loro di insegnare, a meno che non ne vengano richiesti; sono soprattutto compagni di strada sul cammino spirituale, e il loro rapporto con la più ampia comunità dei laici è improntato al reciproco sostegno. La regola vieta loro di coltivare la terra e di possedere denaro; devono dunque restare in contatto con la società e dimostrarsi degni del sostegno che ricevono.

I monasteri buddhisti non sono fatti per fuggire dal mondo, sono luoghi dove la gente può venire a stare, ricevere insegnamenti e, soprattutto, sentire che il suo atto di servizio e sostegno viene apprezzato. In questo senso, monaci e monache offrono qualcosa di più che amicizia e guida spirituale: creano l’opportunità di sviluppare fiducia e rispetto di sé.

“Non sottovalutate l’efficacia del bene, pensando: ‘nulla mi aiuterà a progredire’. Una brocca si riempie con un flusso costante di gocce d’acqua; allo stesso modo, il saggio progredisce e consegue la felicità a poco a poco”

La spiritualità non può che essere oggetto di interesse e responsabilità personali. La verità non si può trasmettere con l’indottrinamento. Tuttavia, quando è disponibile un metodo completo e coerente come quello del Buddha, vale la pena esplorarlo.
(© Ass. Santacittarama – www.santacittarama.it )

Pubblicato da: sostibet | dicembre 28, 2008

I Buddisti sono i più sereni

buddismo-1di: Abrahm Abbot – FONTE: ecplanet.com

Meditare agisce sul sistema nervoso come una specie di massaggio e rende rilassati nervi ed emozioni. Lo dice uno studio d’oltreoceano dall’Università del Wisconsin di Madison pubblicato sulla rivista britannica New Scientist. Certo il buddismo non è da considerarsi propriamente una religione in quanto Buddha non è un Dio ma una guida da utilizzare come modello, ma il discorso non cambia, perché l’importante è la serenità, non importa come uno la consegue.

Il buddismo è, infatti, una disciplina che incentra le sue attenzioni sulle persone e sulle potenzialità di queste di usufruire delle proprie energie per modificare i propri stati d’animo e conseguentemente la positività del contesto che li circonda. Ma vediamo come gli studiosi americani del Wisconsin sono arrivati a quest’ardita affermazione che rischia di alterare il dibattito teologico internazionale. Dopo aver eseguito dei i rilevamenti con sonde elettromagnetiche sull’attività cerebrale di chi ha esperienza nella meditazione, l’équipe ha dimostrato che ci sono aree della corteccia costantemente “accese”. Anche quando i soggetti sotto esame non stanno meditando.

Tali aree sono state localizzate nel lobo prefrontale sinistro che si accendono solitamente con le emozioni di tipo positivo e nell’esercizio del controllo di sé. Nel corso dell’esperimento, i praticanti hanno reagito alle situazioni con minore ansia, risentimento e aggressività. Una tesi sostenuta anche dal professor Paul Ekman, neuroscienziato dell’University of California, secondo cui la meditazione e la capacità di riflettere temperano l’attività dell’amigdala, un organo a forma di mandorla che costituisce una delle aree più antiche della parte anteriore del cervello dei mammiferi. Quest’organo, assieme alle conformazioni circostanti, è legato ai ricordi negativi e alle sensazioni della paura e della rabbia.

La meditazione quindi contribuirebbe a un’integrazione dei circuiti legati alle emozioni primarie e negative con circuiti evolutivamente più recenti, realizzando così una specie di filtro delle emozioni, che verrebbero esperite e vissute in maniera più razionale e positiva”. A questo punto a noi non resta che dire: “Buona meditazione a tutti…”

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