Volontariato

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L’associazione cerca volontari specializzati, medici, ginecologi, dentisti, oculisti, insegnanti di lingua inglese e personale qualificato che venga ad aiutarci durante i mesi estivi in Tibet o India per portare avanti i nostri progetti.

Cerchiamo inoltre  volontari in Italia, persone che ci aiutino ad organizzare serate nei propri comuni di appartenenza per promuovere e sostenere  i nostri progetti di sviluppo. Siamo una piccola associazione nata da poco, abbiamo  bisogno del  sostegno e della collaborazione di molte persone e sappiamo che aiutando gli altri aiutiamo noi stessi.

I volontari di S.O.S Tibet, India, Nepal sono tutti coloro che come singoli, gruppi o associazioni si attivano sul proprio territorio di residenza per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla missione di S.O.S. Tibet e promuovere iniziative: concerti, mostre fotografiche, eventi a sostegno dei progetti di solidarietà dell’associazione.

Il volontariato è una risorsa essenziale per una associazione no-profit come S.O.S Tibet, è necessario diffondere una cultura di solidarietà costruttiva e sostenere i  nostri progetti in Tibet e India, con eventi che favoriscano la raccolta fondi.

Scrivi subito a questo indirizzo e proponi la Tua disponibilità per la Tua città …

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Salvare un bambino è salvare il mondo
(Madre Teresa)
Il frutto del silenzio è la preghiera
il frutto della preghiera è la fede
il frutto della fede è l’amore
il frutto dell’amore è il servizio
il frutto del servizio è la pace

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Testimonianza di un volontario “Il sorriso del cuore”

Simone Romolini, un ufficiale dei vigili del Fuoco di Perugia lo scorso 15 luglio intraprende un viaggio che lo porta in Tibet, dove rimane per un mese.
Questo viaggio che nasce da un suo profondo desiderio che lo accompagna da anni, è una fotografia su luoghi permeati da una autentica spiritualità ed è un’occasione per aiutare un popolo che ha veramente bisogno del nostro aiuto.
A guidarlo nel villaggio di Garan, dove si trattiene per quasi tutto il tempo è il  medico tibetano Lama Gendun .

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Garang è un villaggio che si trova ai confini della Cina, nella regione dell’Amdo a circa 3.000 metri d’altezza.
Vi vivono circa 3.500 persone, il villaggio più vicino è a circa 40 minuti di macchina, ma lì di macchine non ce ne sono, ci sono piuttosto motocarri agricoli che vengono utilizzati come zappatrici e come mezzi di trasporto.
La giornata a Garang è scandita dal lavoro e dalla preghiera, ci si alza presto e si raggiungono i campi: terrazzi di terra coltivati ad orzo e grano, piccolissimi lotti di terreno che i cinesi assegnano alle famiglie.
Anche i bambini lavorano, a quattro o cinque anni già pascolano animali, pecore e yak.

I genitori non possono permettersi di pagare le loro rette scolastiche che equivalgono circa al loro misero guadagno e quindi molti sono i bambini che rimangono analfabeti.
Non si muore di fame! Ci si nutre di pane e stampa, un impasto di farina d’orzo tostata e burro di yak.. l’acqua non è potabile e la si usa solo per cucinare.
Le abitazioni,  a forma quadrata sono costruite con paglia e fango, l’inverno la temperatura raggiunge i trenta gradi sotto zero, nella stanza dove si cucina si accende il fuoco che scalda anche i letti .

Simone è ospite di Gendun, vive con lui, collabora al censimento delle famiglie e dei bambini bisognosi, partecipa alle operazioni di costruzione dello Stupa che il Lama ha donato al villaggio, un reliquiario dove si conservano i testi sacri del Buddismo.

vol8A Garang non c’è un luogo dove le persone possono curarsi con la medicina occidentale, Gendun in futuro vorrà far costruire un piccolo ospedale per cui è stato già acquistato il terreno, eppure per questo anno la priorità è stata data allo Stupa, ossia alla spiritualità, che è alla base della vita quotidiana dei tibetani.
La gente prega di continuo, per strada, nei campi, nelle case o nell’unico monastero rimasto una preghiera continua con il rosario, con la ruota delle preghiere o solo con la voce quando le mani sono impegnate nei lavori domestici.
Il terreno per l’ospedale non è grande, ma dovrebbe esserci una piccola sala operatoria, uno studio per un dentista, uno per una ginecologa per aiutare tutte le donne tibetane sterilizzate dai cinesi dopo il secondo figlio perche’ hanno molti problemi ed infezioni gravi, uno per la medicina tibetana, qualche stanza per le degenze e per i medici volontari che verranno a prestare servizio.
Ho anche avuto la grande gioia di conoscere la bambina che sosterrò negli studi tramite il progetto per le adozioni a distanza e che tornerò a trovare tra qualche anno
”.
Cio’ che ha colpito maggiormente Simone in questa magnifica esperienza è stato il beneficio del sorriso del cuore, che “Non è una semplice contrazione del viso” conferma Simone, Ma pace  e leggerezza del cuore.

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Lettera di un papà
Caro Tashi,
mi presento, mi chiamo Massimo e sono il tuo nuovo padre adottivo a distanza.
Abito a Padova, una città del Nord d’Italia, ho 37 anni, sono sposato e ho un vivacissimo bambino di cinque anni
che si chiama Tiziano.

Ho visto le tue foto e credo che tu sia un ragazzo molto in gamba.
Mi hanno detto che sei bravo a scuola, mi raccomando studia molto così un giorno potrai aiutare la tua immensa famiglia. Immagino che tu sia bravo anche come figlio e che aiuti la tua mamma spesso.

Quando puoi scrivimi una tua lettera, mi piacerebbe molto sapere cosa vuoi fare da grande e quale è il tuo sogno.
Mi auguro tanto che l’aiuto, per quanto piccolo, che ti sto dando possa esserti utile così un giorno mi manderai una nuova  fotografia dove potrò vederti sorridere, perché nella foto che mi hanno dato il tuo sorriso mi manca.

Una persona  a cui ho fatto vedere la tua immagine, il tuo volto, ha detto che hai uno sguardo profondo ma un po’ triste.
Cerca di non esserlo perché ora hai anche me e ti voglio molto bene.

Ti dico un’altra cosa: se hai un sogno, grande o piccolo che sia, qualunque sia, fai in modo che nessuno possa togliertelo, tienilo stretto a te!
Sono proprio felice di averti come figlio!
Un bacione
Massimo

vol2

Diario di viaggio

Primo dicembre 2004
Questa mattina per la prima volta ho medicato da sola i malati di lebbra mi sembra molto strano chiamarli così- non ricordo ancora tutti i loro nomi ma i loro volti sono impressi nella mia memoria, i sorrisi in particolar modo, sono finestre aperte sul mondo.
Subja, Bindu, Bilal, Kumari, e tutti gli altri, hanno delle personalità molto forti.
Giorno dopo giorno imparo a conoscerli, oggi Amma, la signora dal volto aristocratico mi ha chiesto di comprarle delle medicine, poi mi sono resa conto che la sua borsa era piena di farmaci, non so cosa se ne faccia, forse le rivende; ma preferisco stabilire un rapporto che non si basi sulla dipendenza.
Desidero stabilire un contatto, trovare un filo conduttore attraverso il quale possiamo comunicare, non voglio giudicarli,
desidero solo che si fidino di me ma è difficile.
Sono anni che vivono di espedienti, hanno la pelle dura, queste donne sono state abusate e violentate molte volte, nei treni di notte, tutto pur di sopravvivere.
Alcuni non vengono a fare le medicazioni nel giardino della guest-house, mi hanno chiesto di andare per la strada
dove loro fanno l’elemosina e medicarli lì, pensano che venendo qui perderanno del tempo  e dei soldi.
Mi sono rifiutata, dignità vuol dire prendersi cura di se stessi, hanno la possibilità di camminare e se ci tengono
saranno loro a venire qui.
Le strade sono piene di polvere  e di turisti curiosi, sembra uno show, e le scimmie continuano  rubare le garze ed è difficile concentrarmi.

vol1Dieci dicembre 2004
Oggi sono rimasta molto delusa.
Ho portato con gran fatica Subja in ospedale perché voleva tagliarsi il dito da solo.
Credo che il pollice sia andato in cancrena, ho corrotto l’autista del bus dandogli dei soldi in più e verso le cinque del mattino siamo andati all’ospedale.
Nessuno voleva accompagnarci perché se qualcuno vede un lebbroso salire su un bus nessun altro vorrà salirci.
Siamo arrivati in ospedale alle sei e gli ambulatori aprivano  alle dieci, Subja si è seduto a terra e tutte le panchine erano libere.
Inizialmente ho insistito perché si sedesse sulla panchina, ma lui è testardo come un mulo, cercavo di fargli capire che era giusto che si sedesse sulla panchina, ma la lebbra è una stigmate sociale, penetra nella carne, così per comunicare con lui anche io mi sono seduta a terra e lui si è rilassato.
Qui bisogna fare una gara di umiltà, amare incondizionatamente vuol dire accettare l’altro così come è, accettarlo con tutte le fibre del nostro essere e non desiderare di cambiarlo, cercare di capirlo è più difficile che giudicarlo, ma aiuta.
Quando è arrivato il nostro turno,dopo tanti rifiuti,  l’unico medico che ha accettato di visitarlo lo ha fatto entrare solo in una stanza e dopo una decina di minuti Subja è uscito, il medico mi ha detto che il pollice non è andato in cancrena e gli ha prescritto degli antibiotici.
Quando ho guardato il suo piede mi sono resa conto che la medicazione era la stessa che gli avevo fatto io e che il medico non lo aveva neanche visitato, anche Subja ha fatto finta di niente, chissà come ci sarà rimasto male!
Ma non ho avuto il coraggio di chiedere.

vol7Quindici dicembre 2004
Da qualche giorno ho iniziato ad andare al centro di prima accoglienza dei rifugiati Tibetani.
Ne arrivano tantissimi, continuano  a scappare attraversando l’Himalaya, fuggono povertà e miseria.
Alcuni camminano per tre o quattro mesi ed arrivano assiderati, ci sono dei bambini.
Molti bambini arrivano soli, i genitori pagano una guida e gli affidano i loro piccoli, venire in India è l’unica possibilità
di una vita migliore, qui possono ricevere un’educazione.
Mi sono affezionata ad alcuni dei piccoli e la sera, se qualcuno ha la febbre a volte mi fermo, insieme ad altre donne tibetane cerco di rendermi utile.
Ieri sera un bimbo aveva la febbre altissima e gli abbiamo dato della tachipirina, oggi stava meglio, aveva solo una gran tosse, ma chiederò al medico di prescrivergli uno sciroppo.
Tzizi è caduta da una giostra, si è fatta un taglio sulla testa, l’hanno portata in ospedale e le hanno messo diversi punti.
Questa sera con tutta la testa fasciata mostrava orgogliosa i suoi panni sporchi di sangue.
Lei non piange mai, non ha pianto neanche quando è morto suo padre, non ha pianto neanche oggi, sono i miei piccoli eroi.
Io invece durante la preghiera sono sprofondata in un pianto profondo, è la seconda volta che mi succede.
Non voglio più proteggermi dal dolore, sento che qualcosa dentro di me si scioglie, c’è un forte senso di impotenza, ma so che per liberarci dal dolore dobbiamo permetterci di attraversarci.
Ci vuole tanta forza per imparare ad accettare, le lacrime sono salate come il mare, le lacrime sono l’esalazione del dolore, ma dopo questi lunghi pianti vengo abitata da una nuova pace, che è più profonda delle emozioni che attraversano la mente e che lacerano la tranquillità del presente.
Poi abbraccio di nuovo Tzizi e lei si stringe forte a me, così le barriere si annullano, cadono una dopo l’altra come frutti maturi da un albero.

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Responses

  1. Oggi mentre guardavo alle falde del kilimangiaro c’è stata un’intervista ad una donna di brescia che ha adottato 2 bambini del tibet e vive lì ad intervali di tempo ovviamente per problemi di soggiorno… e mi è venuta voglia di sapere di più per cui eccomi quì…Mi si è stretto il cuore nel leggere queste storie,noi siamo così fortunati e poveri rispetto a questa gente che mi sento davvero inutile…Poveri poichè con la nostra agiatezza ci siamo creati un cuore di pietra… grazie a tuti voi..

  2. ciao a tutti voi che leggete, soprattutto ai meravigliosi Eugenia e Gendun ed al favoloso Andrea che ancora devo conoscere di persona!!
    Sono Stefania Marchesini della provincia di Vicenza e collaboro con questa ONLUS soprattutto per iniziative in Veneto.
    Pertanto chi vuole aiutarci, è il benvenuto e quindi contattateci pure, saremo felici di allargare il nostro cerchio degli amici del…Tibet!!
    Tashi delek


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